PRIMO LEVI Quel vortice dentro

A prima vista sembra un autore semplice, tanto che non è raro ritrovare brani di Se questo è un uomo o de La Tregua persino nei libri di lettura delle scuole elementari. In realtà Primo Levi è uno scrittore di cui non si tocca mai il fondo.

«Più si indugia sulle sue pagine, che appaiono perfettamente comprensibili, più ci si convince che andrebbero esplorate, interpretate, spiegate parola per parola: che chiedono di essere spiegate pur essendo limpide, dato che la chiarezza del suo stile ci parla di uno dei luoghi e degli eventi più oscuri nella storia del genere umano», ha scritto Domenico Scarpa in “Il terzo incomodo: un invito a frequentare Primo Levi”.

Era l’11 aprile 1987 quando il telegiornale diede la notizia della sua tragica scomparsa e i motivi che lo spinsero a togliersi la vita sono rimasti sconosciuti. A distanza di tre decenni ci s’interroga ancora per capire perché un sopravvissuto di Auschwitz, qual era Primo Levi, potesse suicidarsi. Se lo chiede chi lo conosceva solo attraverso le sue opere e le sue interviste, come quella rimasta celebre concessa a Enzo Biagi che andò in onda su Raiuno l’8 giugno 1982 nel programma “Questo secolo”. Lo scrittore raccontò la sua vita dal capoluogo piemontese al campo di concentramento polacco di Auschwitz commentando: «Non credemmo a quanto dicevano gli inglesi sullo sterminio degli ebrei. Eravamo stupidi e anestetizzati: abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato».
Rispondendo alle domande del giornalista Levi aveva detto di sé: «Sono un uomo normale di buona memoria che è incappato in un vortice, che ne è uscito più per fortuna che per virtù, e che da allora conserva una certa curiosità per i vortici, grandi e piccoli, metaforici e materiali».

La sua uscita di scena non sorprese invece chi Levi lo conosceva di persona e profondamente. Come la giornalista Tullia Zevi (1919-2011), che nella sua biografia Ti racconto la mia storia, commentò: «Primo Levi era un uomo sempre sull’orlo dell’abisso, e soffriva di pesanti depressioni. Annarita, sua sorella, mi diceva che anche se non ne parlava mai, non riusciva a convivere con l’indelebile memoria dei campi. Viveva in un palazzo con la scala a chiocciola. Quando il peso di quello che devi sopportare è troppo grande, senti l’attrazione del nulla, come per poterti scrollare di dosso questo cagnaccio rabbioso. In quella casa con le scale a tromba il vuoto l’ha chiamato a sé. Io non credo che si sia buttato, deve essere caduto giù come colto da una vertigine fortissima».

Alla domanda che gli facevano sempre, di come fosse riuscito a sopravvivere ad Auschwitz (dove rimase un anno, dal febbraio 1944 al gennaio del 1945), Levi rispondeva che non c’erano “regole generali”, salvo entrare nel lager in buona salute, capire il tedesco e avere dalla propria parte “il cieco caso”.

Il cieco caso, a lui, si era rivelato in due occasioni.

La prima volta fu quando incontrò il muratore italiano Lorenzo Perrone, che gli procurò abiti e cibo, sottraendolo dalla sua razione per 6 mesi e, la seconda volta, l’essersi ammalato durante la detenzione “una volta sola, ma al momento giusto”. Quando nel gennaio del ’45 i tedeschi, sotto la pressione delle truppe russe ormai prossime, evacuarono il campo, vi lasciarono gli ammalati, fra i quali c’era Primo Levi colpito dalla scarlattina. Gli evacuati, costretti a raggiungere a piedi altri campi di concentramento, già stremati dalle sofferenze e dagli stenti precedenti, morirono quasi tutti durante il cammino.

Scrittore-testimone, Levi ha ricordato più d’una volta che il dolore è il nostro guardiano, ma forse l’insegnamento più grande che ha lasciato al mondo sta tutto in queste parole: «Questa esperienza mi ha insegnato molte cose, è stata la mia seconda università, quella vera. Il lager mi ha maturato, non durante ma dopo, pensando a tutto quello che ho vissuto. Ho capito che non esiste né la felicità, né l’infelicità perfetta. Ho imparato che non bisogna mai nascondersi per non guardare in faccia la realtà e sempre bisogna trovare la forza per pensare».

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
considerate se questo è un uomo,
che lavora nel fango,
che non conosce pace,
che lotta per mezzo pane,
che muore per un sì o per un no…

(Primo Levi, primi versi della poesia Shemà epigrafe in Se questo è un uomo)

Marina Moioli

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