NOODLES semplicemente un uomo


Noodle, De Niro“Sono andato a letto presto”. Trentacinque anni di buio, di inquietudine, di rancori, forse. Noodles è così, misterioso, cupo, perdente – “I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di me?” – è violento, drogato, spietato e dolcissimo. Siamo nella terra epica, una terra che sa di sogno, di avventura, di possibilità e di disillusioni di C’era una volta in America, il film che sintetizza tutto il cinema di un regista incredibile e visionario come Sergio Leone.

Una vicenda tratta dal libro The Hoods di Harry Grey, tradotto in italiano con il titolo Mano armata, un affresco narrativo complesso e potente, che narra l’epopea di giovani e perdenti ebrei, di un uomo, Noodles che è il più perdente di tutti: traditore e tradito. Un film che ha una storia lunga e travagliata. Basti dire che la gestazione durò quasi vent’anni – e nel frattempo Leone girò C’era una volta il West e Giù la testa – e che nel primo montaggio durava ben 10 ore, che la versione americana è stata arbitrariamente accorciata e manipolata dal produttore Arnon Milchan che tra l’altro appare in un cameo del film.

Ma il Tempo, maiuscolo sì, rimane il vero protagonista del racconto: il tempo che cambia le cose, gli uomini, le situazioni, o forse no, non riesce a cambiare nulla, nemmeno i sentimenti quali, l’amore senza speranza tra Noodles e Deborah – una bellissima Elisabeth McGovern – e l’immotivata amicizia tra lo stesso Noodles e Max, che alla fine gli dice: “Ho rubato al tua vita e l’ho vissuta al tuo posto. T’ho preso tutto. Ho preso i tuoi soldi, la tua donna, ti ho lasciato solo 35 anni di rimorso”.

Il Tempo e insieme il Viaggio, visionario e onirico, altra star della vicenda: un itinerario disperato verso il disvelamento della verità, che Noodles, che sia nascosto e drogato nella fumeria, oppure esiliato e lontano, chissà dove, non vuole conoscere fino in fondo. Meglio sarebbe stato non l’avesse conosciuta, la verità di Max. L’inganno del suo amico d’infanzia, che lo ammirava, lo invidiava e quindi l’avrebbe tradito, nonostante le promesse, le parole, le scorribande compiute insieme in un Lower Est End mai così vero, colorato, ebreo.

Che C’era una volta in America sia un racconto epico, infarcito di mitologie, citazioni, rimandi alla storia universale dell’uomo, è dimostrato da altri particolari tutt’altro che insignificanti: la scansione sincopata, e per flashback continui, che ha come punti fermi tre anni dorati e tragici (1923, ’33 e ’68), con riferimento al proibizionismo, alla mafia ebrea e italiana, alla rivoluzione giovanile; le sagome nere di Rama e Ravana, che rappresentano nella mitologia induista, la Luce e l’Oscurità; le figure omeriche di Max e di Noodles, quest’ultimo anarchico, individualista, così dimesso e sconfitto da far dimenticare – che se lo ricorda, in fondo? – l’enorme delitto dello stupro al suo amore, Deborah, compiuto con una bestiale soavità.

Ma in fondo, anche gli dei dell’Olimpo compiono turpi gesti, e non per questo smettono di essere venerati. Piuttosto intrigano, di Noodles, la sua umanità dolente e sofferta, le sue ossessioni. Commuove quando riappare, anziano, nelle sue spalle strette, e apre quella valigia della sua maledizione, stavolta piena di soldi e non di fogli ingialliti come trentacinque anni prima; quando spia la Deborah bambina, che l’aveva chiamato “pezzente”, danzare sulle note di Amapola; quando stringe a sé il povero, piccolo Dominique e per vendetta è costretto a uccidere; quando Lei, la Lei di tutti noi, quella che invece ha vinto si strucca e gli chiede il perché di quel ritorno; quando dice al misterioso senatore Bailey che quello non è il suo modo di vendicarsi, ma che questo è soltanto il suo “modo di vedere le cose”; e quando se ne va dalla scena, prima osservando curioso quel camion dell’immondizia che forse si è portato via il suo amico nemico e la sua vita, e poi ancora, stordito e tristemente sorridente – a cosa, a chi? – in quella fumeria fatale, dove tutto finisce o forse sta solo per ricominciare perché il Tempo sempre si attorciglia su se stesso.

Mito, sogno, morale: cosa racconta questo Noodles, e cosa contiene questa America? Forse è vero che in fondo la storia, la verità, importano poco se si imbatte nell’arte: ciò che conta è come le racconti, le cose. E Leone è un genio. E, a proposito, di grandissimi: anche De Niro, tra gli attori è l’eccellenza. Soltanto che i personaggi, nella grande letteratura, nel grande cinema e in ogni forma d’arte, vivono di luce propria. E Noodles, state sicuri, esiste da qualche parte, è vivo, ed è pronto a ritornare.

Bruno Barba

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