Murakami Haruki Lo Stregatto dietro di lui

Non potevo resistere. Davvero. Non questa volta.

Gli ingredienti per me ci sono tutti. Una ragazzina di 13 anni, il cui nome comincia con la lettera M, Marie nello specifico, le fiabe, citate espressamente, o invece solo rievocate, seminate tra le righe di questa prima parte di romanzo, fresco di stampa per Einaudi.

Con L’assassinio del commendatore (uscito per Einaudi a novembre in Italia la prima parte, attesa il 29 gennaio 2019 la seconda), Murakami Haruki, uno degli scrittori giapponesi contemporanei più famosi (il più famoso anzi), nato a Kyoto il 12 gennaio del 1949, in pieno boom, ripete e supera se stesso.

Lui che porta il Giappone nell’inchiostro, luoghi, cibi, boschi, e quel mito mai scalfito di “evaporare”, lo contamina e “tradisce” però con la nostra fiaba occidentale.

E dico nostra, perché, a studiarne la vera differenza, quelle giapponesi sono le sole fiabe in cui il protagonista impara dall’esperienza e non commette due volte lo stesso errore.

Non nei romanzi di Murakami, invece, dove tutto sembra avere spesso un ritmo se non di sasso nello stagno, cerchio concentrico, quantomeno di spirale. E spesso ci si ritrova all’inizio, magari senza essere nemmeno passati dal via.

E così nascono questi incredibili plot, dove la voce d’una lingua eccelsa esercita il potere dei rabdomanti su una fantasia, quella del lettore, che cede, s’appresta, si presta. A che cosa? Ad ascoltare.

Un canto delle sirene.

Quell’indicibile grammatica, che mischia pittura, sogno, esilio, il potere dell’immaginazione e il danno della separazione, la foga erotica, la seduzione del potere maschile, i boschi, la memoria, i riverberi incantatori. Ed eccomi qui, tra le pagine elettroniche di mollybrown.it, a farne una sorta di ritratto, ma per sottrazione, ed è il solo modo in cui, a mio parere, si può procedere.

Materia incandescente, o piuttosto ghiaccio che scotta.

S’è affacciato sul mercato editoriale (espressione orrenda, però, ahimè, iperealista e quindi reale…) dapprima in punta di piedi, poi ha conquistato blasone e classifiche, milioni di copie vendute all over the world, formando una vera e prorpia falange di lettori fedelissimi, stregati, che hanno condiviso le avventure de L’uccello che girava le viti del mondo, Norwegian Wood, vero e proprio caso letterario, che lo consacra nel 1987 come autore da due milioni di copie in un anno. E ppi La fine del mondo e il paese delle meraviglie, After dark, 1Q84, Kafka sulla spiaggia, persino L’arte di correre, il meno riuscito perché troppo affollato di un “io”, il suo, che di solito invece ha l’abilità di frantumare e disperdere con un’eleganza narrativa senza eguali, somigliando a quell’inizio della fiaba di Andersen, La regina delle nevi, a cui gli universi di Murakami paiono sempre molto somigliare.

Insieme ai sogni, all’inconscio, ai boschi, alle isole, c’è il jazz. Quella musica che scorre tra le righe, feticcio e fiaba, ritmo, scansione. Lui, per anni, con la moglie ha gestito jazz bar – messo insieme con i soldi guadagnati lavorando di giorno in un negozio di dischi e di sera in una caffetteria.

Accadeva prima dei libri, anche se la letteratura, come il teatro già lo avevano rapito per sempre.

Però un bar, un bar è un’altra cosa.

È il 1974.

Il giovane Haruki ha già lasciato Kyoto, l’università, la scuola di drammaturgia, è inquieto, curioso, libero, solitario. S’innamora. Si sposa nel 1971 e tre anni dopo aprirà con la moglie il “Peter cat”, dal nome di un gatto che aveva posseduto. Quel locale che di giorno serve caffè agli studenti si trasforma in jazz club la sera.

È pieno di foto di gatti.

La musica la sceglie lui. E lui prepara i cocktail, ricamando attorno ad ogni cosa quella stessa minuzia nei dettagli che sarà poi la cifra stilistica della sua narrativa.

Durerà quel locale e farà soldi anche, tanto da spingere il futuro scrittore a spostarsi in una zona più centrale di Tokyo. Gatti ovunque, ancora, e un’insegna enorme all’entrata: con lo Stregatto di Alice nel Paese delle Meraviglie.

Il sodalizio con sé stesso è presto stretto. E infatti l’anno dopo, 1978, scopre dentro di sé quello slancio e scrive Ascolta la canzone nel vento.

Dopo, ogni cosa funzionerà. Sulla carta.

Con quegli stessi ingredienti di ogni suo pezzetto di storia. E mentre qualcosa cambierà – nella fama, successo, onori – altro avrà costanza appunto di fiaba. E Murakami Haruki non starà mai più senza gatti, musica, alcolici, e una o più donne da amare.

Silvia Andreoli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *