LUCIANO PAVAROTTI Il tenore pop

Se, come suggeriva lo scrittore Balzac “il caso è Dio”, non c’è da stupirsi troppo per il fatto che Luciano Pavarotti se ne sia andato a 50 anni dalla morte di Beniamino Gigli, a 30 esatti dalla Callas e a 25 da Mario Del Monaco, altra titanica figura di tenore.

Vera e propria icona pop mondiale, Big Luciano lo è diventato, non solo per la sua comunicativa romagnola e la stazza da gourmet, ma anche per come ha saputo e voluto aprirsi al mondo e al suo tempo, rompendo recinti e classificazioni tradizionali. Nel mito è entrato a Londra il 2 giugno 1966, a 31 anni, quando nella “Fille du règiment”, unica opera in lingua non italiana che terrà poi in repertorio, esegue i nove Do acuti che costellano l’aria “Ah, mes amis, quel jour de fête!” con incredibile baldanza, finendo sui giornali di mezzo mondo. E diventando negli anni a venire un eroe suo malgrado di folle oceaniche, composte da giovani e giovanissimi che non si sarebbero mai sognati di entrare in un teatro d’opera, ma che si esaltavano davanti a quel pingue signore in frak.

Chi l’ha conosciuto bene assicura che anche se cercava in ogni modo di farsi vedere sorridente e gioviale, in fondo non lo era. Anzi, c’è chi lo descrive come un uomo molto malinconico, pieno di conflitti interiori. Un indizio sicuro è il suo rapporto con il cibo. Da giovane era un bellissimo ragazzo, robusto sì ma con i muscoli da atleta. L’attività di cantante lirico fu deleteria per il suo fisico: mangiate luculliane dopo gli spettacoli, quando il metabolismo è in pratica fermo, abboffate di dolciumi e bulimie nevrotiche, per alleviare l’ansia da prestazione canora, le tensioni di una Prima importante. Pavarotti non tardò a ingrassare in modo impressionante; negli anni Settanta giunse a sfiorare i 200 chili, e forse li superò persino. Un mese l’anno andava a Merano, per farsi depurare e drenare nel centro benessere di un celebre guru. Palliativi destinati al fallimento.

Un altro indizio del suo carattere era il suo rapporto con le donne. Pavarotti amava circondarsene, come un sultano. E a modo suo fu anche un gran seduttore. Nel film “Yes Giorgio!”, grande insuccesso cinematografico, recitò perfino se stesso nella caricatura del tenore italiano, tutto cucina e donne. Ma quella pellicola trash appare molto veritiera e Luciano non esita a recitare la sua parte con grande naturalezza.

Rubicondo, mangione, eccessivo sì. Ma appena apriva bocca e iniziava a cantare, la sua voce diventava oro zecchino, come per una incredibile alchimia della natura. «Con Pavarotti – ha scritto un critico musicale – il Belcanto raggiunge i massimi vertici, ma soprattutto arriva a tutti in una forma chiara, limpida, assolutamente moderna. In questo Pavarotti eredita lo scettro di Di Stefano, il suo grande idolo. Pavarotti ha la comunicativa e la simpatia del tenore che va dritto al cuore, non la gelida compostezza della voce “impostata”. Il suo controllo tecnico è assoluto, da campione, ma aggiunge a quello l’arma della perfetta dizione: in Pavarotti non si perde una sillaba, mai, in qualunque opera o brano musicale di ogni genere che abbia cantato».

Figlio d’un corista, Luciano deluse le sobrie aspettative di famiglia che l’avrebbero voluto insegnante di ginnastica o maestro elementare. Si avvicina molto presto a musica e canto grazie al padre Fernando, fornaio e tenore dilettante, e continua gli studi a 19 anni col tenore Arrigo Pola che alla bellezza naturale di una ottima voce aggiunge in tre anni una tecnica sicura, prima di passare (insieme a Mirella Freni) con Ettore Campogalliani, che ne perfeziona lo stile interpretativo, mentre Luciano lavora come maestro elementare e poi come assicuratore. Bocciato al concorso di canto Achille Peri nel 1960, si ripresenta l’anno dopo procurandosi il debutto scenico il 29 aprile 1961 in una “Bohème” giovanile a Modena con la direzione di Francesco Molinari Pradelli. Quell’anno vince il Concorso Internazionale di Reggio Emilia e il ruolo di Rodolfo nell’opera di Puccini, che sarà il titolo da lui più amato con cui esordirà anche trionfalmente alla Scala nel 1965 con la Freni e Karajan sul podio. Da allora la carriera del giovane tenore italiano prende il volo e lui entra trionfalmente nello star system.

E a noi oggi sembra di vederlo ancora, cantare a squarciagola “Vincerò” col suo solito fazzolettone tra le mani per detergere il sudore e nascondere la commozione. Come al concerto nell’agosto del 1991 nell’umido Hyde Park a Londra, dove da poche ore aveva smesso di diluviare, quando al suo recital di arie e romanze accorre una folla immensa. Un trionfo che si ripeterà nel 1993 al Central Park di New York.

Eppure lui voleva che tutti lo chiamassero confidenzialmente “Luciano”, compresi gli attrezzisti di palcoscenico ai quali prima di ogni recita “rubava” un chiodo ricurvo da usare come amuleto portafortuna. E perfino negli ultimi mesi, nonostante la malattia lo avesse debilitato moltissimo, tanto da costringerlo a muoversi su una sedia a rotelle, ha continuato a dare lezione ai suoi allievi. Gratis.

Marina Moioli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *