L’ISOLA DEL TESORO Long John Silver è un uomo da sposare

Io lo volevo sposare, Long John Silver, da bambina.

Perché era tanto cattivo da non smettere di affascinare.

Volevo conoscere ogni dettaglio di lui, un po’ come avvenne, anni dopo, con l’Achab di Melville.

C’era una scintilla irresistibile nella sua ferocia, quella capacità d’essere tutto d’un pezzo, di non compiacere, di non fermarsi dinnanzi a nulla pur di arrivare a quello che si era prefissato.

È vero, avevo otto anni, e come moltissimi della mia generazione, mi barcamenavo tra i profondi, squassanti, complicati anni Settanta e i “plasticati” sciocchi superficiali anni Ottanta. Anche in tv cominciavano ad andare in onda cartoni animati pieni di “cattivi”, Capitan Harlock & co tiravano alla grande. Ma la scia di pixel s’adagiava sull’altra, molto più antica, fatta d’inchiostro e immaginazione. Quella segnata, primo tra tutti, da Robert Louis Stevenson con L’isola del tesoro.

Pubblicato a puntate (fra l’ottobre del 1881 e il gennaio del 1882), il romanzo non suscitò però particolare interesse.

Fu quando uscì come libro, il 23 maggio del 1883, che riscosse il successo immediato.

Plauso di critica e pubblico.

Si narra persino che il primo ministro britannico abbia dichiarato di essere rimasto sveglio fino alle due di notte per finire di leggerlo.

«Fin dall’infanzia, Robert Louis Stevenson è stato per me una delle forme della felicità» scriveva Borges, e arriva dritto al punto, quel punto proprio fisico, d’un modo di avvertire la storia addosso, lì, impellente, come se non si potesse chiamarsi fuori, in un angolo. O partecipi o partecipi, non esiste alternativa, neppure il niente.

Quindici uomini sulla cassa del morto

Io-ho-ho, e una bottiglia di rum!

Scatta la formula per iniziati e il gioco comincia.

Quel gioco tanto intrigante che scava nella piccola sacca di “crudeltà” che è umana e innegabile, ma che da bambini accettiamo e dopo confondiamo.

Una crudeltà primitiva, istintiva, persino sana, viene da dire. Perché ti permette di schierarti. O di qua o di là.

Come a otto anni.

Era questo, il bello, allora. Era netto il confine per scegliere da che parte stare. E una non era l’altra, proprio neanche un po’.

«La faccia di Silver era uno spettacolo: gli occhi gli uscivano quasi dalle orbite per la collera».

E ancora: «lui e la sua gruccia erano impotenti come una nave col vento contrario. Ma lui tenne duro, in silenzio, da vero uomo […] Si era agghindato come meglio poteva: una larghissima giacca blu, cosparsa di bottoni di ottone, gli arrivava fino al ginocchio, e un cappello finemente gallonato gli ricadeva sulla nuca».

La trama del romanzo è comme il faut: una spedizione a caccia di un tesoro, su un’isola, di cui è stata ritrovata la mappa.

La voce narrante, lo stupore, gli stratagemmi e la furbizia sono quelli di Jim Hawkins, un ragazzo di 14 anni che vive con la famiglia in una taverna, l’Ammiraglio Benbow, affacciata sul mare in un villaggio nei pressi di Bristol.

Disubbidiente e saggio al punto giusto, Jim saprà avvicinarsi al perfido pirata e fregarlo in più d’una occasione. Intanto farà una serie di incontri, passerà attraverso sventure e avventure. Ma non è questo che strega. Proprio lo sguardo, in cui pare di cadere dentro, ed essere lì, a osservare quei fatti, quegli spazi, quei confini seghettati.

Una mappa.

Chi non ha sognato una mappa d’isola?

Chi non l’ha disegnata?

Stevenson per primo.

Pare infatti che l’idea del romanzo gli sia venuta mentre si trovava nelle Highlands scozzesi. Soggiornava in un cottage di campagna con parte della famiglia, fra cui il figliastro, Lloyd Osbourne, impegnato a dipingere ad acquerello la mappa di un’isola.

Rapito, Stevenson cominciò a ipotizzare nomi, a giocare con le idee. «Come sarebbe bello leggere una storia su quest’isola!», si lasciò scappare Lloyd. E il tarlo s’insinuò nella mente del patrigno.

Divenne una specie di tema costante, anche nelle discussioni in famiglia. E ciascuno portava il proprio apporto.

Lloyd, per esempio, domandò di bandire tutte le donne dalla storia. Il padre di Stevenson suggerì molti dettagli particolari.

Insomma la “febbre” era cominciata.

La stesura subì alcuni ritardi a causa della recrudescenza della bronchite di Robert.

Si arrestò al capitolo 15 per qualche tempo, quello necessario a trasferirsi a Davos, per accelerare la guarigione.

Funzionò. Il romanzo era terminato.

O, viene da pensare anche oggi, a distanza di 135 anni, appena cominciato.

Silvia Andreoli

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