L’URLO DI E.MUNCH Non bastano le parole

Ve lo ricordate? Lo avete lanciato anche voi – almeno una volta – nella vita.

È l’urlo selvaggio: stupore, ardore, terrore, rabbia, incredulità, respiro. È il codice d’accesso del neonato a un universo che chissà se si sarebbe scelto, e scelta però lì non c’è, se non di dare fiato ai polmoni e scardinare l’equilibrio ovattato d’un luogo, ch’era prima, e non sarà più, se non per un caleidoscopio d’inganni, quando si fa immersione, si sceglie il silenzio della montagna immersa nel ghiaccio. Zen, meditazione, amore.

Urlo che spezza. Che dà inizio. Epifania di un’altra mediazione. Tra attesa e indecenza, notte e orpelli, musica. Si inizino le danze. Lo faccia il pennello graffiando come fosse sangue la pittura.

E certo sì, la vita di quell’Edvard Munch, norvegese, nato il 12 dicembre 1863, è costellata da subito di una serie di eventi dolorosi, dalla precoce morte della madre, quando il bambino ha soli cinque anni, poi nell’adolescenza, della sorella più amata, mentre il padre versava in uno stato allora chiamato di melancolia, oggi diagnosi certa di sindrome maniaco depressiva.

C’è, e non poteva non esserci, un talento che si rivela presto, poi una parentesi parigina (è l’autunno del 1889, l’anno dell’Esposizione Universale e i quadri di Munch fanno bella mostra di sé nel padiglione norvegese. Lì si fermerà, lavorerà con Bonnat, si annoierà a morte, riceverà la notizia della morte del padre, e s’affacceranno più densi i fantasmi «Vivo con la morte: mia madre, mia sorella, mio nonno, mio padre […] ucciditi, e poi è finita. Perché vivere?», scriverà).

Ma se tutto questo ha giocato un ruolo, e lo ha fatto, è stato nella direzione di un’arte che s’apprestasse a rompere gli argini e s’addentrasse nelle viscere, di quel nodo primordiale che ci si porta appresso, addomesticato dalla crosta delle convenzioni sociali.

Non è un caso che, negli anni della scuola, eccellente nel disegno tecnico e nelle materie ingegneristiche, s’appassioni di prospettiva, ovvero l’arte del guardare dal punto esatto, perché l’occhio colga, e non distolga, mentre la mano illude, arabescando sulla carta, che è piatta, una versione del mondo dotata di profondità.

Come sull’orlo, così sembra di stare in attesa, d’un crollo costantemente minacciato, persino visto. E che pure tiene.

Ecco il mistero: da dove viene quella forza di non cedere?

Nel 1908 la fibra non regge più, almeno quella di Munch. Che in autunno è perseguitato da allucinazioni, paranoia e viene ricoverato nella clinica del dottor Jacobson.

Ne uscirà otto mesi dopo.

Meglio, dirà, sentirà.

Forse.

Due anni dopo però ritornerà con il pennello al L’Urlo.

Delle tre versioni si sono giovati in molti.

Gli autori d’horror naturalmente. Tutti, consapevoli o meno. E l’onda lunga dell’immagine ha inciso a fuoco i suoi trattati deformi nella mente d’ogni favolista successivo, volente o nolente, e ha tratteggiato della paura la smania che deforma, letteralmente, che trasforma il corpo dapprima, e anche lo spazio, dilata le ombre, e rende i colori così simili a certe visioni psichedeliche di cui però non conserva il potere ludico. Nessun sollievo qui. Se non quello d’una verità che non si condivide. Segreto di massoni sopravvissuti, io la so, tu la sai, non bastano le parole.

Eppure.

Come la testa di Nefertiti, la Nike di Samotracia, la stele di Rosetta, la Gioconda di Leonardo, la tela de L’urlo è molto più piccola di come ci si aspetti: 91×73,5.

Ma è la prospettiva che conta, quella sensazione che dietro al viso contratto ci sia uno spazio potenzialmente infinito, il tunnel del senso che si frantuma, del tempo che si scolla, e non c’è misura a regolare. Soltanto il suono. Ch’è rapido. Agghiaccia. Tanto che le mani corrono alle orecchie. A riprova dell’unica certezza rimasta. Non posso ascoltare.

O ne verrò contagiato. O la barriera dei suoni si frantumerà, come una vetrata di grattacielo nell’inferno del fuoco, cristallo che si spezza, urlo del mondo.

E d’un tratto l’associazione va alle catastrofi.

Alle Twin Tower. Il massacro. 11 settembre.

Il viso ha quell’angoscia.

Dell’istante, della consapevolezza. Di chi comprende con una certezza implacabile che il futuro è tutto alle spalle. E non c’è più tempo di dire: mi dispiace. Mancava un sorriso. Quella cosa lì, che ho lasciato in bilico, da terminare.

Ha trent’anni, Munch, quando ne esegue la prima versione. Ce ne sarà una seconda due anni dopo, nel 1895, e l’ultima invece nel 1910.

La racconterà così, lui, la genesi:

«Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo… Mi fermai e guardai al di là del fiordo, il sole stava tramontando, le nuvole erano tinte di rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando. Questo è diventato L’urlo»

L’urlo di nascita, e di morte.

L’urlo dell’uomo dinnanzi alla sconfinata natura leopardiana, alla forza degli elementi. Soprattutto, a quella del silenzio.

Dopo, la sua vita non sarà mai più la stessa.

Ha liberato il demone, o forse lo ha immobilizzato. Il corpo scalpita, la mente esplode.

Ammetterà, un giorno: «Ho ereditato due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio del consumo e la follia».

Ma quelli forse erano i “nomi semplici” per chiamare la preveggenza che è l’osservazione acuta del senso, del mondo, della vita. Lo sguardo indefesso che o te lo fai amico, e ti ci rassegni, o si ribellerà, ogni istante. Denudando le ossa della vita, scatola cranica vuota, orrore di fine.

Per questo L’urlo è magnetico.

E, infatti, come un’implacabile calamita il quadro richiama la brama di possederlo.

Letteralmente di rubarlo.

Una sorta di Spada Durlindana che libera nos a malo? Una pietra filosofale che sia antidoto alla consapevolezza?

Certo, il valore, nessuno lo nega. Il valore economico, i soldi che frusciano, bigliettoni per un colpo in apparenza facile, non stiamo mica parlando del mastodontico Le nozze di Cana.

Eppure c’è qualcosa che va oltre, almeno a giudicare dalla dinamica delle azioni.

Due furti, a distanza di dieci anni l’uno dall’altro, divenuti mitici.

Il primo si consuma il 12 febbraio 1994, mentre si inaugurano i XVII Giochi olimpici invernali: due uomini si introducono nel polo museale, rubando l’opera in cinquanta secondi. In cambio del dipinto lasciano un biglietto con scritto «grazie per le misure di sicurezza così scarse». Beffa? Un pochino, se si pensa che la tela non è mai uscita dalla Norvegia, dove viene recuperata tre mesi dopo in un albergo.

Dieci anni dopo, il 22 agosto 2004, l’impresa si ripete. L’urlo del 1910 viene rubato con un’altra opera munchiana, La madonna. Poi nel 2006 entrambe saranno ritrovate.

E lo sgomento di quell’opera incandescente riecheggia nella sala. E negli occhi di chi l’ha vista, o soltanto spiata su cataloghi e immagini online.

Silvia Andreoli

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