IL PICCOLO PRINCIPE Il segreto? Mai rispondere alle domande

È il 6 aprile del 1943. Un martedì, secondo il calendario, piena Quaresima. E mentre la guerra oltreoceano infuria, a New York esce un piccolo libro destinato a scalare ogni vetta (d’amore, classifica, vendite, numero di traduzioni).

Pubblicato da Reynal & Hitchcock, nella traduzione inglese di Katherine Wood, The Little Prince s’affaccia sugli scaffali delle librerie americane e, appena qualche giorno dopo, nella versione originale francese.

Il Piccolo Principe, insomma. E chi non lo conosce?

A scriverlo un aviatore, Antoine Jean Baptiste Marie Roger de Saint-Exupéry, meglio conosciuto come Antoine de Saint-Exupéry, nato nel 1900 e morto nel 1944, troppo presto per sapere che il suo visionario protagonista conoscerà un successo planetario, diventando il libro più tradotto al mondo dopo Bibbia e Corano (300 lingue) e superando i 200 milioni di copie vendute.

La Fondation Antoine de Saint-Exupéry di Parigi ha fatto sapere, lo scorso anno, di avere annoverato tra le lingue anche il dialetto arabo hassaniya, parlato nel sud del Marocco. Ignota? Non proprio se si conta che Antoine de Saint-Exupéry fece il servizio militare in Marocco nel 1921, per poi tornare in terra africana nel 1927 come responsabile aeropostale della compagnia Latécoère a Capo Juby (l’attuale Tarfaya), dove gli abitanti parlano appunto l’hassanya. E proprio qui, circondato dalle voci di quell’idioma, iniziò a scrivere il suo primo romanzo, Corriere del sud, pubblicato nel 1929.

Ma che cosa fa del Piccolo Principe un’icona planetaria?
Forse il fatto di non rispondere mai alle domande.

Questa chiave, che suggerisce Nico Orengo in una delle più belle prefazioni all’edizione italiana, disorienta ma intriga.

Perché è vero che si tratta di un tratto davvero distintivo per il diafano biondo seienne.

Uno che non sa sempre tutto, come accade a troppi iper-esperti, super-documentati, rompiscatole seienni del momento.

A domanda il Piccolo Principe non risponde. Arrossisce, questo sì, sfumatura porpora sulle guance infantili. E non perché sia maleducato, distratto, problematico, persino “diagnosticabile” secondo la prassi “a batteria” che vede i pargoli moderni inseriti in un protocollo robotico.

No, no.

Semmai perché questo solitario che dialoga in silenzio con il pianeta sembra avere compreso, d’istinto, che alle domande si deve lasciare il giusto potere stregato che hanno – quello di fluttuare nell’aria con una forza d’impulso e invece poi scivolare simili a pioggia o nebbia.

Così impregnando il mondo di punti interrogativi, da cui nasceranno dubbi, e altre domande. Insomma il futuro del pianeta e non soltanto il suo passato.

Allora forse l’incantesimo ancora inscalfibile del breve, rapsodico racconto, che inventa il genere d’un micro romanzo, e intreccia fiaba a orrore e durezza, perché dentro – va detto – c’è crudeltà, anche, o non ne uscirebbe poesia, sta in quella specie di pragmatismo metafisico che ci incendia tutti all’età dell’ ir-ragione, in quei 6 anni incantevoli e feroci, dove la curiosità di scoprire il mondo non è semplice mappatura di se stessi.

Gli specchi delle brame, modello Biancaneve, sono lontani ben più dell’asteroide B612, e una rosa è una rosa, nessun simbolo di nulla, così una pecora, allo stesso modo di una volpe e della semplice, in apparenza, grammatica d’un tramonto che forse scende nell’anima, ma prima arriva agli occhi, e da quelli traccia malinconia o spavento.

Concretezza, certo, ma d’una grana speciale, che non si astrae dalle cose per afferrarne l’idea platonica, né s’intestardisce nel procedere per induzione dal particolare al generale.

Quella concretezza che è affondare le mani dentro la realtà e afferrarne il senso ulteriore. Quella sorta di rivelazione, o stupore, che può immobilizzarci in un mattino qualsiasi di fronte alla grandezza del campanile del duomo immerso nelle nuvole, della facciata arabescata d’una città ancora addormentata, o d’un irrilevante, infinitesimale riverbero di luce che ci riaccende addosso qualcosa, ma sì, già, che cosa?

A quel punto, come il Piccolo Principe, anche noi dobbiamo evitare di rispondere, semmai arrossiamo, fissando in alto, o dinanzi, a rammentare che «È tutto un grande mistero!». E il segreto tautologico quanto invincibile sta tutto lì: nell’alzare gli occhi e non smettere mai di domandare.

 

Silvia Andreoli

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