John Watson: la fortuna dell’uomo medio

I wish I were doctor Watson! 

Perché? Non è più bello e prestigioso e vincente essere Sherlock Holmes?
Forse. Ma forse no, a ben vedere.

Un po’ come la storia delle famiglie infelici che sono infelici a modo loro, eppure alla fine forse è meglio farne parte piuttosto che essere tutti felici uguali.
E quindi sì, tutti dovremmo desiderare di essere John Watson. Ma non possiamo.

Perché?
Elementare, perché non abbiamo stessa fortuna di Doctor Watson.
Sì, proprio lui, l’amico opaco, il medio-man che vive all’ombra del genio, il medico, che in quell’Inghilterra lì era considerato dai ceti alti poco più che un maniscalco.
Che però, e forse proprio per questo, è la quintessenza della prudenza, del buon senso e del civiltà dei costumi, con un’umanissima propensione per l’oscuro, per tutto ciò che non si lascia classificare facilmente e che spesso non si lascia addomesticare.
E sì. Ci vuole una testa ben piantata sulle spalle per essere il compagno
di avventure di uno svitato come Sherlock Holmes e rimanere sempre se stessi: il buon dottore che fa la vita da scapolone fino a un certo punto, poi si sposa.
Sherlock rimane invece un single impenitente, i cui ormoni ballano la rumba solo se incontra La Donna per eccellenza, Irene Adler, una che fa scoppiare scandali in Boemia, mica una donnicciuola qualunque. Nel frattempo si fa di morfina, frequenta gli anfratti più fetidi di quella giungla metropolitana che è la Londra tardo-Vittoriana e vive in un appartamento  in cui regna un accogliente disordine, reso talvolta inquietante da qualche pericoloso esperimento chimico o dall’andirivieni dei clienti di questo strampalato investigatore dell’anima.
Sbarellato ma geniale.

Deve essere una maledizione essere così intelligente da rilevare a occhio nudo i dettagli che un essere umano cerca di nascondere, come se lo stessi sottoponendo a una TAC.
La seduzione va a farsi benedire. Non avrai mai voglia di scoprire, denudare,
penetrare l’oggetto del tuo desiderio, perché gli esseri umani sono oggetti da esaminare e non da desiderare, quando ti chiami Sherlock Holmes.
Il privilegio di essere Doctor Watson è quello di essere dotato di un’intelligenza assolutamente normale – potenziata da studi difficili, certo, ma pur sempre nella media – abbinata a virtù che talvolta sono più utili della genialità: la curiosità, la voglia di capire, la voglia d’imparare, l’empatia.
E Sherlock invece? Non gliene frega niente d’imparare nozioni, organizzare il proprio sapere in modo enciclopedico, fare sfoggio di cultura, umanistica o scientifica che sia:

è un errore pensare che quella stanzetta [si sta riferendo al cervello, ndr] abbia muri elastici che possono estendersi all’infinito. Prima o poi arriverà il momento in cui per ogni nozione aggiunta si dimenticherà qualche conoscenza pregressa. Pertanto, diventa della massima importanza impedire che dettagli irrilevanti sgomitino via ciò che è buono a sapersi”.

Ma come? Non è utile sapere come funziona il sistema solare?
No.
Serve invece avere tutti i sensi sempre accesi come dei radar, con il cervello che funziona alla
massima velocità di elaborazione possibile.
Ecco cosa serve.

Sherlock è un dio dell’Olimpo sceso tra gli umani che invece di un’isola greca, ha scelto Londra, Baker Street, per l’esattezza.
Ma senza un umano che ne riconosca la superiorità, nessun dio potrebbe esistere.
John Watson diventa necessario allo svelarsi del divino Sherlock.
Ecco perché dovremmo desiderare di essere John Watson.
Vogliamo conoscere il divino e, come tutti i nostri consimili, siamo invece costretti a vivere tra gli umani.

Long live Sherlock and Watson!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *