JOAO GILBERTO l’anima jazz di Bruno Martino


joao gilbertoDimenticate per un attimo Despacito, Aserejé e Macarenas varie: c’è anche un’estate che il cuore “vorrebbe cancellare” e che fa “morire di dolore”. Ci sono pomeriggi azzurri e lunghi, cattivi solo come sa essere una domenica insignificante, e c’è l’agosto spietato, come quello che visse, prima del suicidio, Cesare Pavese. Tutto questo sentimento di morbido rancore, di sommessa saudade, lo si trova in un brano, Estate,  magnifico eppure quasi dimenticato. Ce lo regalò, nel lontanissimo oramai, 1960 Bruno Martino.

A sublimare testo, significato e anche fantastica melodia, è stato necessario un genio della musica del Novecento, João Gilberto, un campione della bossa nova brasiliana,  che non poteva che essere dimesso, timido e all’apparenza persino ordinario.

Pochissimi i brani italiani trasformati in standard jazz: ok, può darsi che Volare (ovviamente Nel blu dipinto di blu) oppure O sole mio siano ancora più famosi, cantati e più rappresentativi della nostra Italia, o Italietta che dir si voglia. Ma Martino regalò al mondo una perla, che aveva soltanto bisogno di essere scoperta, valorizzata, cantata per come era nata, malinconica e struggente, rallentata e densa, ciclica, ovvero rotonda e amara come una pillola del disincanto.

La promessa del ritorno di un’altra estate che potrebbe essere felice non convince: più vicino piuttosto è l’inverno, nel quale “… cadranno mille petali di rose… la neve coprirà tutte le cose… e forse un po’ di pace tornerà”. Già la neve: cantata nelle boites, ovvero nei night club di Copacabana chissà che effetto doveva fare.

Ce l’aveva proprio con la bella stagione Bruno Martino – autore della melodia immortale, mentre i testi sono di Bruno Brighetti, scritti, pare, in preda a un’intossicazione di frutti di mare  –   se è vero che la prima versione della canzone si intitolava ancor più specificatamente Odio l’estate; e se è altrettanto vero che un altro, ancor maggiore successo del cantante “confidenziale” come si diceva allora, fu E la chiamano estate.

Si racconta che, prima di João Gilberto, fu Lelio Luttazzi a cambiare, se non il destino, almeno il nome del brano: quella parodia “Odio le statue” andata in onda in tv non fu molto apprezzata.

Ma fu difficile resistere a Estate: a a Gilberto, il simbolo, insieme a Jobim e a De Moraes, dell’epopea della bossa nova brasiliana, si incantarono ad ascoltarla e poi a interpretarla grandi come Chet Baker, Michel Petrucciani, Shirley Horn, Toots Thielemans.

Ovvio, Bruno Martino, romano, classe 1925, uomo colto, grande e umile artista, che aveva goduto di un precoce successo soprattutto nel nord Europa, ci lascia all’alba di un’ennesima estate, nel giugno del 2000. Fa impressione, ma è grazie a lui che tanti, nel mondo, conoscono la musica italiana, e sanno che anche da noi si può suonare il jazz.

E poi, se i brasiliani sanno cos’è la neve, è soltanto per quella strofa, che copre ogni cosa, tranne la malinconia di un’estate che passa. 

Bruno Barba

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *