JO MARCH La più “grande” delle Piccole donne

Come diceva Italo Calvino, un classico è un libro che non ha mai finito di insegnare qualcosa. Cosa che non smette di fare Piccole donne di Louisa May Alcott, un bestseller di 150 anni fa (datato 1868) che resiste anche ai tempi dei social. Almeno a giudicare dal successo della miniserie della BBC approdata dall’11 maggio in tv su Sky Uno.

Snobbato come libro per bambine, ha attraversato i decenni e formato generazioni successive di donne indipendenti che sognavano di diventare come la principale protagonista: Josephine March, detta Jo, una delle eroine letterarie più amate di tutti i tempi.

La figlia “maschiaccio” della famiglia March è la più divertente, vivace e anticonformista delle quattro sorelle. Schietta e coraggiosa, non vuole assolutamente farsi ingabbiare nelle costrizioni femminili della sua epoca. La sua è un’eterna lotta contro le false apparenze e il perbenismo borghese. Chi può dire di non aver mai sognato di essere un po’come lei, la sorella ribelle e temeraria, la cui “unica bellezza” è rappresentata dai capelli che lei, l’anticonformista per eccellenza, non esita a tagliare e vendere per aiutare la famiglia in ristrettezze economiche. Con la sua caparbietà nel rincorrere i sogni e la consapevolezza delle proprie capacità, la sua figura rappresenta l’insegnamento più grande che Louisa May Alcott ha lasciato in eredità alle donne di ieri come a quelle di oggi.

Un personaggio inventato che in realtà ha molto a che fare con l’autobiografia della sua autrice, figlia del filosofo trascendentalista Amos Bronson Alcott (amico di intellettuali del calibro di Nathaniel Hawthorne e Henry David Thoreau) e della suffragetta e attivista Abby May. Cresciuta all’interno di un contesto familiare decisamente stimolante e anticonvenzionale, la Alcott racconta in uno dei suoi primi lavori, Work (1873), di aver iniziato a lavorare a dodici anni per aiutare la sua famiglia, prima come cucitrice, poi da insegnante e attrice. E l’attenzione al lavoro e l’importanza di essere indipendenti ritornano come temi anche in Piccole donne, dove tutte e quattro le sorelle hanno precisi doveri a cui adempire e cercano di non sprecare mai il tempo.

Anche il cottage in cui l’autrice ha ambientato le avventure delle sorelle March esiste veramente. Si trova a Concord, nel Massachussetts ed è una costruzione degli inizi del XVIII secolo con annesso un meleto di dodici acri, da cui deriva il nome di Orchard House. Oggi è diventata un affascinante museo, il Louisa May Alcott’s Orchard House.

Per l’epoca in cui uscì, Piccole donne doveva essere una lettura all’avanguardia per le ragazze dell’800, che in generale dalla vita potevano aspettarsi solo due cose: fare le mogli o fare le zitelle. La scrittrice invece, a differenza della sua eroina, non si sposò mai. E nel suo diario confidò: «Le ragazze mi scrivono per chiedermi chi sposerà alla fine le piccole donne come se quello fosse l’unico obiettivo e fine della vita di una donna. Non farò sposare Jo e Laurie per accontentare nessuno». Anzi, per ripicca, la farà sposare con un noioso professore. In fondo, con le avventure delle sorelle March, la Alcott ci ha fatto capire quanto è importante sapersi confrontare con il prossimo attraverso gli affetti e l’amicizia ma soprattutto ci ha ricordato il rispetto che bisogna avere, sempre, per i propri sogni. Perché, diceva: «Lontane, là nella luce, sono le mie più alte aspirazioni. Forse non le raggiungerò, ma posso guardare in alto e vedere la loro bellezza, credere in loro e cercare di seguirle dove esse conducono».

Lei morirà a Boston, a 55 anni, probabilmente a causa di una malattia autoimmune. Era il 6 marzo del 1888, esattamente vent’anni dopo la pubblicazione del suo romanzo più famoso (ne aveva scritti più di 300). È sepolta nello Sleepy Hollow Cemetery di Concord, poco lontana dalle tombe di altri grandi autori americani come Nathaniel Hawthorne, Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson.

Marina Moioli

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