JACKIE KENNEDY il suo lato oscuro

Il 2017 è un anno kennediano. In maggio, precisamente il 29, ricorrono infatti i cento anni dalla nascita di JFK, il 35° presidente degli Stati Uniti d’America assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963. Un giorno storico per il mondo ma anche il giorno più terribile nella vita di Jacqueline Lee Bouvier, detta Jackie. Seduta nella limousine presidenziale (una Lincoln Continental decappottabile del 1961), vide John Fitzgerald caderle addosso e – così si tramanda – gridò: «Oh, mio Dio! Hanno sparato a mio marito! Ti amo Jack». Dell’istante che le ha cambiato la vita restano immagini indimenticabili di lei al fianco del marito colpito dai cecchini, con quel tailleur Chanel di lana rosa macchiato di sangue e materia cerebrale che volle continuare a vestire «perché vedano ciò che hanno fatto a Jack».

 

Erano passati esattamente dieci anni dal giorno del loro favoloso matrimonio, celebrato il 12 settembre del 1953 a Newport, Rhode Island, davanti a più di mille invitati. Ma il loro fu un rapporto fin dall’inizio pieno di amori e tradimenti, complicità e tragedie. Qualche anno dopo, Jackie dirà: «Sposando John sapevo che avrei conosciuto delusione e disperazione, ma decisi che sarebbe valso il dolore di viverle».

 

Pensando a lei, tutti rivedono la first lady impeccabile, l’icona di bon-ton e mondanità, la donna che piaceva al popolo e ai potenti. Ma lei, Jaqueline, fu anche qualcosa, qualcuno, di diverso: fu l’amante occasionale di molti uomini (fra cui John Warnecke, l’architetto che progettò la tomba di suo marito), prima di risposarsi, nel 1968, con l’armatore greco Aristotele Onassis detto Ari.  E fu l’assidua frequentatrice dei night più esclusivi di Manhattan. Forse nel tentativo di elaborare il lutto. E di ricominciare. Nascondendo la fragilità dietro agli abiti che ne fecero una star, un mito, un modello da seguire.

 

A svelare alcuni dei lati oscuri di Jackie è stato il libro La biografia mai raccontata di Barbara Leaming che per prima ha parlato della strenua lotta contro la patologia psichica che la tormentò per i successivi trentun anni di vita: il Disturbo Post-Traumatico da Stress. Uno shock profondo che finì per trasformarla da simbolo femminile positivo a personaggio scomodo. Vi si intrecciano rivelazioni, aneddoti, ma anche dettagli della morte di Kennedy (Jackie che bacia le dita, la bocca del marito morto, gli sfila la fede insanguinata, cerca di indossarla ma è troppo grande per lei). Il lutto, la solitudine, il ritorno in pubblico e alla vita mondana, le compagnie improbabili e poi i tanti, tantissimi uomini.

 

Nella lista, secondo un’altra biografia (A Life Beyond Her Wildest Dreams, scritta da Darwin Porter e Danforth Prince) ci sarebbero i nomi di Warren Beatty, Peter Lawford, Paul Newman, Gregory Peck, Frank Sinatra, William Holden e Marlon Brando. Che Jackie ebbe una relazione con il cognato Bob era risaputo, ma il libro fa anche il nome dell’altro cognato, Ted. Che avrebbe rivelato: «Sapevo che Jackie frequentava anche Bobby, ma questo non mi ha fermato. Mi sono innamorato di lei dal momento che l’ho vista». Meno romantico il ricordo attribuito a Marlon Brando: «Io le preparai le omelette, lei spense le luci, ballammo un lento, Jackie fece pressione con le cosce e finimmo sul divano. Aspettava che le chiedessi di andare a letto insieme, alla fine me lo ha chiesto lei». William Holden rivelò perfino di averle insegnato a fare sesso orale: «Suo marito non insisteva a chiederlo, così le ho detto io come fare».

 

Jacqueline Kennedy, insomma, era una donna, non una santa. Nel 1963 ha 34 anni, un passato da incubo e un futuro tutto da inventare. E quando nel 1968 uccidono anche Bob, è terrorizzata. Decide di risposarsi e sceglie Aristotele Onassis. Un vecchio avventuriero con un passato di rubacuori. È legato a Maria Callas, che viene messa alla porta senza tante cerimonie e ne morirà. Lui dichiara di voler sposare la regina Elisabetta, ma «visto che non posso, mi prendo almeno Jackie Kennedy». E così sarà. Si sposano il 20 ottobre 1968, a Skorpios, l’isola greca di Onassis.

 

L’America è scioccata. La regina di Camelot (come veniva chiamata negli anni felici dell’era Kennedy) da Biancaneve diventa strega, una femmina perfida, avida, calcolatrice. La vedova nazionale viene declassata a grande mondana. Il suo nome viene persino preso in prestito da una discoteca di Roma: il Jackie O’. Cambia la percezione di lei ma, soprattutto, cambia lei. Nella sua avidità di shopping c’è qualcosa di nevrotico. Le sue razzie consumistiche sono al limite della follia. A Capri compera trenta paia di sandali tutti uguali; a Parigi cinquanta foulard di Hermés assolutamente identici. C’è un gran vuoto da colmare. C’è l’affanno di una quarantenne che si sente sfuggire il senso della vita.

 

Quando Onassis morì, il 15 marzo 1975, Jacqueline mise fine alla disputa per l’eredità accettando una liquidazione definitiva di 26 milioni di dollari. Negli ultimi anni della sua vita visse a New York, collaborando con alcune riviste come esperta di arte egizia, e a Martha’s Vineyard con Maurice Tempelsman, un industriale e commerciante di diamanti di origine belga che sembra abbia sposato in articulo mortis. Nel 1994 le era stato diagnosticato un linfoma non-Hodgkin e morì il 19 maggio dello stesso anno, all’età di 64 anni, nel suo appartamento nella Fifth Avenue. È sepolta a fianco del suo primo marito, John Fitzgerald Kennedy, nel Cimitero Nazionale della Contea di Arlington.

 

Nel 2014 sull’Irish Times, quotidiano di Dublino, vennero pubblicate le 33 lettere che Jacqueline scrisse a Padre Joseph Leonard, un sacerdote cattolico irlandese deceduto nel 1964 all’età di 87 anni. I due si erano incontrati solo due volte. Una prima volta nel 1950 quando lei aveva 21 anni, si chiamava ancora Jacqueline Bouvier e studiava letteratura francese all’Università di Dublino. Il sacerdote ne aveva 73. Una seconda volta sempre a Dublino nel 1955: Jackie si era appena sposata e il marito stava compiendo un viaggio in Europa. Due incontri, che però bastarono per conquistare la fiducia di una giovane donna in cerca di certezze, prima dell’assassinio, e di conforto poi.

 

In una di queste lettere, spedita nell’inverno del 1963, un paio di settimane dopo l’attentato a JFK, si legge: «Sì, credo in Dio. Ma quando lo vedrò mi deve qualche spiegazione». La giovane vedova è disperata. «Avrei voluto morire io al suo posto. È morto fra le mie braccia. Dio se l’è ripreso, forse per mostrare quanto il mondo sia perduto senza di lui. Ma perché?»

 

Il ritratto che ne esce è ben diverso da quello consacrato da centinaia di libri storici e biografici. Jackie era una donna tormentata, profondamente religiosa, di grande coraggio e non la disinvolta, cinica opportunista degli anni successivi alla vedovanza. Quando sposò Aristotile Onassis voleva solo dare un altro padre ai suoi figli? O cercava compensazione al grande lutto nel glamour di quello che allora, quando volare era un privilegio, si chiamava jet-set? Finora la figlia Caroline (unica sopravvissuta dei quattro avuti da Kennedy: Arabella e Patrick morti alla nascita e John-John precipitato in mare nel 1999) non ha voluto rispondere a queste domande.

 

Del resto, come ha detto l’attrice Natalie Potman, protagonista del biopic di Pablo Larrain: «Ogni persona è un mistero, ma Jackie è un mistero più grande di altri»

 

 

P.S. Chiedo venia per un ricordo personale. Nel novembre 1963 avevo 7 anni e frequentavo alle elementari un corso di inglese. Il dolore di tutti per l’attentato di Dallas era così palpabile e partecipato in quei giorni che l’insegnante, una suora, ci fece scrivere una letterina di condoglianze per Jacqueline Kennedy, firmata da noi bambine. La cosa straordinaria fu ricevere, un mese dopo, la sua risposta di ringraziamento. Su carta intestata della Casa Bianca.

 

Marina Moioli

 

 

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