JACOB e WILHELM GRIMM La geometria della fiaba

Jacob Grimm credeva nell’architettura solida del pensiero. E in quella delle parole. Laureato in giurisprudenza, come il fratello Wilhelm, più giovane di appena un anno, all’Università di Marburg, incantato dal Diritto Medievale, s’appassiona presto alle fiabe.

Sarà un tandem, il loro, che durerà la bellezza di mezzo secolo, con sette edizioni dei Kinder und –Hausmärchen, dalla prima, uscita nel 1812, all’ultima nel 1857.

Per sé Jacob ritaglierà il ruolo di filologo, algebrico nell’attenzione, meticoloso, precisissimo, mentre accorderà all’estro di Wilhelm quel tratto poetico, di fissare la meraviglia inestricabile da ogni narrazione.

L’inizio di tutto sta, manco a dirlo, nella memoria.

La memoria che un giorno riaffiora dei racconti a voce fatti dalle tate, una memoria che si intreccia alle conoscenze di diritto e a quella corrente, che attraversa l’Europa, ma la Germania in particolare, a inizio ottocento, ovvero l’ élan di codificare, ordinare, dare compostezza a qualcosa che esisteva – usi, norme, abitudini, lingua, leggende, simboli – secondo una tendenza che porterà ai primi codici civili e all’impianto della normativa così come la adoperiamo anche ora.

Ma tutto, appunto, parte dalla fiaba. Che è seme fervido di quella speranza che muove le generazioni, di quello spirito del popolo che, ora, ha cenni infantili e delicati e solo dopo, molto dopo, degenererà in una specie di follia collettiva. Ma Hitler è lontano, ancora, molto lontano. E le fiabe ne usciranno per fortuna pulite, mai contaminate.

Eppure il filo tra lo spirito di un popolo e le sue credenze, leggende, canti, è visibile, e forte, soprattutto se non vengono alterate dalla penna, da licenze troppo disinvolte.

Non lo faranno, i Grimm. Loro che, nella piccola Hanau (una ventina di chilometri da Francoforte) dove nascono e crescono, camminano per mano, i calzoncini corti, verso quelle lezioni di francese che li portano a cincischiare un po’, con lo sguardo, attorno al campanile, dove si muove un uccello, soffia il vento, si distingue un frammento di cielo che promette pioggia. Poco distante s’aprono i boschi, gli alberi ondeggiano, viene buio presto.

Così si fa largo nell’immaginazione la piattaforma su cui innesteranno le fiabe. Che saranno fiabe di forni, e pane, e uccelli, e briciole, e voci, che saranno piene di bambini che guardano, scrutano, e osservando imparano, come superare le violenze degli adulti, come farsi furbi, come affrontare, salvarsi, superare.

E quando, cresciuti, le scriveranno, quelle fiabe, Il principe ranocchio, Raperonzolo, Il lupo e i sette capretti, Cenerentola (tanto per citare giusto le più famose) di cui sono persuasi di dare una versione del tutto affine all’originale, una versione che usa parole più attente ma che non altera per niente quanto ascoltato, ecco che s’inoltrano, senza saperlo, in quello spazio a metà, che la mente tiene, e fa galleggiare, dove l’epica della paura nutre i sogni, e i sorrisi, insinuando una sorta di musica tanto perfetta quanto incomprensibile, la musica che fanno i suoni quando compongono in equilibrio le sfasature degli sguardi nel tempo, e a 8 anni ne puoi avere mille, o viceversa, infanzia saggezza giovinezza non sono che nomi spuri per uno sciocco bilancio da “far accadere”. Ma intanto la voce narra e corre, il Pifferaio di Hamelin porta per dispetto con sé tutti i bambini, noi ci mettiamo in coda, che non è tardi, nemmeno per andare in pensione con I musicanti di Brema o fregare la strega con Hänsel e Gretel. La storia sta tutta lì, nelle parole, che fanno da specchi o sassolini, mettetela come più vi piace, che ad avvicinare il viso lo sguardo tentenna appena un attimo, ed è un musetto da denti di latte che compare.

Il vostro, sì, esatto.

Silvia Andreoli

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