JACK KEROUAC Perché bisogna leggerlo

 

C’è un’intervista divenuta leggendaria, che Kerouac rilascia a una giovanissima Fernanda Pivano, la vera “madrina” italiana di tutta la Beat Generation. Il termine lo conia lui stesso, appellandosi a quella matrice religiosa di beat, beato, che assumerà invece, nel tempo subito seguente, una valenza politica netta.

L’anno è 1966. Gli studi, quelli della Rai.

E qui il più folgorante, indiavolato e “meticcio” di tutti gli animi della scrittura americana del decennio a cavallo tra anni Cinquanta e Sessanta appare visibilmente ubriaco, gesticola, biascica parole, intervallando inglese e francese, si scusa di non saper parlare italiano.

Quarantaquattro anni vissuti intensamente, e ancora non lo sa, mentre siede accanto alla Nanda, gigioneggiando, ma gliene restano soltanto tre da vivere.

Però vivere lui sì, lo ha fatto. E lo ha fatto intensamente.

Sulla strada, il romanzo della consacrazione, è il diario-romanzo-invenzione-cronaca che firma nel 1951, a meno di trent’anni, ma che verrà pubblicato la prima volta il 5 settembre del 1957.

Un successo. Un successo folgorante, che si fa presto culto (verrà naturalmente censurato, accrescendone l’appeal) e trasmette, come un diapason, da nord a sud, lungo la East e West Coast, un nuovo modo di guardare, il mondo, certo, ma il mondo inteso come osmosi infinita di interno ed esterno, di vita mia e vita tua. Pensiero, immaginazione, delirium tremens, saggezza.

È la simbiosi, quella fusionalità di sinistra matrice psicotica, eccitante complicità e insinuante dedizione, che viene esaltata in Sulla strada.

Una metafisica dell’asfalto che tradisce polvere e fatica, e sangue e mitologie da pilgrimage, per sbattere l’anima in prima fila e se necessario, farla triturare sotto la forza degli pneumatici.

Inutile dire che il testo appartiene di diritto allo scaffale dei bildungsroman per le lezioni afasiche e folgoranti su “come crescere”.

Altri così non ce n’era.

Mentre le pagine, come frammenti, scorrono tra fantasie, intimi pensieri, dialoghi, descrizioni, piccole o grandi devastazioni, si ha davvero la certezza d’essere piombati dentro un intenso, lungo, quanto rapsodico rito d’iniziazione, che, adoperando strumenti e trasgressioni moderne (leggi: droghe, alcol, droghe, sesso, donne, uomini, droghe, sesso) ha comunque il fine antropologico di quella liturgia: fare scaturire, dal corpo del ragazzo, l’uomo.

Ed è questo che Sulla Strada Kerouac ripercorre: un rito in forma di cronaca, precursore d’un certo realismo trash che tanto tocca, sorprendentemente, le corde più infinite delle nostre emozioni.

Un rito, invero, che smarrisce qui le coordinate spazio temporali necessarie, esce dalla storia per entrare in una sorta di fiaba.

La fiaba della Grande America Sconfinata, più Moby Dick che Piano Inclinato. Un immenso Ologramma America da storytelling, sporco, a volte, depresso, folle, scuro. E tuttavia sempre vitale.

Si va. Si parte. Si abbandona.

Il mondo, là fuori, chiama.

E adesso, nonostante le insidie, in quel 1951, è tempo di andare.

Sarà diverso, dopo.

Dopo molti ragazzi finiranno carne da macello. Vietnam, viaggio senza ritorno. Vietnam, che ha spappolato le ossa dei sorrisi d’America.

Troppi ragazzi inghiottiti dal Drago Affamato.

Molti perderanno ragione, innocenza, gambe, braccia, silenzio, lacrime.

Ma ancora non c’è ombra della carneficina, sulle strade USA.

Le sole ombre, sono quelle dei fantasmi del crescere. Della morte che è il sottofondo della giovinezza, Eros e Tanatos, generazioni che s’avvicendano, immortalità come obiettivo e paura a diadema per tutti.

E se l’accompagnamento dell’iniziando non avviene più per una cacciata nel bosco, o un abbandono, se la dinamica di ammissione del neofita non passa più attraverso un atto di accecamento simbolico, ecco che però l’impellenza è la stessa.

Non si può non andare. Sulla strada, appunto.

Che è l’equinozio stregato del passaggio.

La strada che è il luogo della metafisica dell’esclusione, ma nel medesimo istante della libertà.

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati»

«Dove andiamo?»

«Non lo so, ma dobbiamo andare».

Tre righe: la cifra di un’intera epoca.

La forza centrifuga che fa ascendere e disperare.

Basti ricordare che…

Un anno dopo la fine della stesura di Sulla strada, un irlandese sconosciuto che vive a Parigi, scrive in francese e nel 1969 vincerà il Premio Nobel per la Letteratura, firma il suo testo teatrale Aspettando Godot. Di nome fa Samuel Beckett, e nei fatti sta sulla strada pure lui.

Scriverà Kerouac ne Il libro dei sogni:

«Ecco come finisce il mondo, in raggi, nel rosso, gente che guarda, silenzio, stanchezza. Il mondo della mente è il mondo reale, i raggi della mente i raggi reali».

Appunto.

E lui, che sostiene d’avere un nonno di discendenza indiana cherokee, la madre franco canadese, lui che nasce a Lowell in Massachusetts il 12 marzo del 1922, ha davvero fatto quello che ha dichiarato.

«Sto seduto là discutendo infervorato e tracannandomi le ore degli angeli- orologio alla mano».

 

Silvia Andreoli

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