IL DAVID DI MICHELANGELO La solitudine dei numeri primi

È il 16 agosto 1501 quando i consoli dell’Arte della Lana e gli Operai del Duomo di Firenze affidano a Michelangelo Buonarroti il compito di realizzare una statua di re David. L’impresa è già stata tentata due volte, ma senza successo.

E lui che di anni ne ha ventisei – è nato il 6 marzo del 1475 – non dice di no.

Ha fama e fame, persiste anche se non nello stomaco, ora. L’aveva appresa, quella vera, nonostante la ricchezza originaria della famiglia, da bambino, orfano di madre a 6 anni. I soldi, si sa, vanno e vengono, e lì avevano preso e se ne erano andati.

Così per quanto la professione artistica fosse invisa al padre Ludovico di Leonardo Buonarroti Simoni, podestà al Castello di Chiusi e di Caprese, che la considerava triviale, fu proprio lui, stando alla biografia del Vasari, a portare il figlio dodicenne dal Ghirlandaio. Dopo avergli mostrato alcuni disegni, lo convinse a tenere Michelangelo “a bottega”, pattuendo un «giusto et onesto salario, che in quel tempo così si costumava». Il “vil denaro” piega i princìpi anche nel più rigoroso e ottuso dei genitori…

Eppure Michelangelo non terminerà il triennio di apprendistato, a causa, pare, di una burla nei confronti del maestro. Gli viene la bella idea di sostituire un ritratto della mano del Ghirlandaio, che doveva rifare per esercizio, con la sua copia, senza che peraltro il sommo maestro si accorga della differenza.

Allora una cosa, sì, è certa, ed è che Michelangelo disegnare lo sa fare, lo fa e si fa notare, eccome, anche da quel Lorenzo che di cognome fa de’ Medici, che dalla sua bravura è letteralmente stregato.

Quando nel 1490, dopo una serie di vicissitudini, viene accolto come figlio adottivo nella più ricca e prestigiosa famiglia fiorentina, tutte le porte si spalancano. Anche quelle del rancore. Tanto che, due anni dopo, quando Lorenzo muore, Michelangelo viene messo alla porta dall’invidia di Piero, il primogenito de’ Medici.

Toccherà il ritorno faticoso alla casa del padre, con un’anima ingombrante che lotta con i fantasmi, e l’ombra del bambino orfano ch’è stato appiccicata ai muri.

Forse è lì che si materializza una specie di lotta, tra il tutto e il niente, tra il bene e il male. Un’estremizzazione che tracima dagli anni infantili e inonda il tratto, la pietra.

La racconta bene Georg Simmel, nel prezioso, stringato saggio che gli dedica, dove sottolinea l’«antagonismo che si manifesta nelle figure di Michelangelo in un modo più potente e significativo che in qualunque altro momento dell’arte. Si tratta della pesantezza fisica che trascina il corpo verso il basso e dell’impulso al movimento che, sorgendo dall’anima, agisce in senso opposto. […]».

E sarà la lotta.

Simbolica, metafisica, e più quotidiana che mai. Padre, figlio. Orco, orfano. La lotta che ha grammatica di latte e denti sbeccati. Capace nella sua possanza di andare e tornare, di continuo, immemore degli anni. Una risacca ancestrale.

Fino a quel giorno dei suoi ventisei anni in cui Michelangelo viene convocato per realizzare la statua del David, dice di sì. D’un fiato.

Ha la materia, il blocco dinnanzi. Non è un granché, è vero, un pezzo già criticato e su cui hanno già messo le mani altri. Ma che importa, se può servire da teatro per quell’impresa impossibile?

Da quell’istante, e per tre anni, Michelangelo gioca alla guerra. Contro il gigante di pietra. Contro la solitudine che attanaglia lui, e la materia.

La sua pelle coincide con il marmo che deve sbalzare, e la smania di vittoria gonfia le vene. Il bene deve vincere sul male. L’arte sulla vita. L’eternità sul tempo.

E allora che fa? Lo sbalza, lo plasma e lo condanna all’eterno gesto che sta per accadere. Sarà quello la sola cronologia possibile: una sorta di maledizione e esaltazione insieme. Perché David avrà addosso la mano che scaglia, l’adrenalina dello scontro, l’attimo che si fa eterno. È un Sisifo inconsapevole, con la stessa maledizione di Atlante, di Tantalo (e di chiunque abbia giocato a Monopoli…). Non potrà districarsi, lui, David, da quell’istante in bilico, sarà oblio e nemesi, grandezza e forse disperazione.

David è il simbolo di chi sta per farcela. Di chi lo suggerisce almeno. E lì con il fiato sospeso stiamo a vedere se, come un ologramma 3D, la mano si muoverà infine, a scoccare il colpo. Della speranza in fondo.

Ma non sapremo mai veramente com’è andata a finire, nella lotta. Per l’arte, tutt’altra questione, perché, come ha scritto il Vasari, David vince su tutti: «Veramente che questa opera ha tolto il grido a tutte le statue moderne et antiche, o greche o latine che elle si fossero».

A riconoscere la vita che scorre nelle vene fredde, in quella specie di parabola fisica che è più forte della paura, perché a far di conto nessuno ci si proverebbe nemmeno a battere un gigante, uno più grande, più forte. Ma la mente per fortuna altera e sbaglia i calcoli, non sa quanto può a volte la fragilità.

Aveva ragione quel folle Apprendista Stregone, che è stato David Foster Wallace. Lui, capace di creare l’unica meravigliosa “bibbia” per miscredenti innamorati d’una fede, ha sintetizzato il David in una frase, ovvero «che ci vuole un gran coraggio per mostrarsi deboli». E il David, come il suo creatore, s’ergono in tutto lo splendore d’uno sguardo che inciampa sulla linea d’orizzonte tra Tutto e Niente. Ma il niente poi, per qualche strana simmetria della passione, non può accadere. Chissà…

Silvia Andreoli

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