HARRY POTTER La vera magia? Far parlare madri e figli

«Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di essere perfettamente normali, e grazie tante».

È il 1997.

Harry Potter e la pietra filosofale esce in libreria. Ma niente dapprima sembra “muoversi”. Se non fosse per quel dettaglio, il sottotitolo del primo capitolo “Sopravvissuto”.

Che erode la superficie e promette l’impossibile.

Accadrà.

Di pagina in pagina, di volume in volume, sette romanzi, pubblicati nell’arco di dieci anni, tra il 1997 e il 2007, proiettano i milioni di lettori dentro la Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, in Scozia, tra bacchette, draghi, incantesimi e faide, rabbie, invidie, colpi bassi, paure, menzogne molto umane.

Secondo solo al Maigret di Simenon, il ciclo di Harry Potter resta il più venduto, 450 milioni di copie, traduzione in 77 lingue, tra cui anche il greco antico.

Il merito?

Uno, indiscutibile: di aver superato, letteralmente per magia, il dissidio, il gap, la distanza ineliminabile tra il linguaggio delle madri e quello dei figli.

La fantasia mette tutti d’accordo.

Non sono fiabe (per bambini) né fantascienza (astrusa tranne che per qualche maschio adulto).

Questo è un ibrido, un nuovo genere, una nuova “incomprensione”. Che per il fatto stesso di sottrarsi alle categorie esplode nell’empireo della fama. Fa il botto.

E, sembra, senza un piano a tavolino.

Piuttosto, ecco il punto che intriga, a sentire la storia narrata nelle interviste dall’autrice, la cosa è venuta così, da sola, come corollario di un racconto fatto per raccontare e farsi coraggio da parte di quella mamma numero zero, la Rowling stessa.

E così proseguendo, a far la radiografia un po’ balzana della prosa che ha conquistato i bambini del mondo, si scopre insomma che, se il successo arride, beh, in gran parte è perché l’Harry occhialuto e imbranato ha sedotto innanzitutto le mamme.

Regola prima del marketing sin dagli albori: se conquisti chi guida il “carrello”, sei già in vetta al mondo.

E così è stato.

Sono trascorsi 21 anni.

I nostri figli sono cresciuti.

Adesso persino Harry Potter pare alta letteratura se confrontato con i dialoghi piatti di molte serie Netflix, ottimi prodotti, che strizzano l’occhio all’adolescente, giovane adulto o come lo si vuole chiamare, ma comunque infarcite di padri assenti, madri egocentriche, figlie strafatte, ragazzi disturbati, certificazioni di vari psy e soldi che ci sono, non ci sono, feste, abiti, sesso, droga, poco rock’n roll.

Insomma lì nessuno se li fila, mamme papà nonni. Domina semmai un onanismo di generazione asfittica che vuole affermare se stessa in quanto tale, facendo fuori, però, a tavolino le altre voci in campo, che, tra le pieghe narrative di serie fiction più o meno spinte, non hanno altro ruolo che di comparsate.

E come si fa a parlare?

Almeno con Harry Potter la Rowling ci aveva dato il guanto della sfida, e ci siamo buttati a pesce. Un poco come aveva fatto, quasi cent’anni prima, per la saga del Meraviglioso Mondo di Oz, di cui il creatore aveva dichiarato poi d’essere diventato letteralmente schiavo.

E come il Mondo di Oz, anche Hogwarts fa piazza pulita delle associazioni immediate con le nostre vite e ci libera dal più pesante dei carichi di cui sono portatori (insani…) i social network: similitudini, confronti, paragoni.

Respiro di sollievo.

Perché siamo stufi di conflitti. Di mediazioni, culturali o culinarie. Siamo esausti di tensioni, politiche, economiche, familiari. Siamo nauseati dalle scaramucce su ogni cavillo idiota, fossero pure gli abiti di Kate, le scarpe della Ferragni, le avventure d’una attempata Belén.

Siamo stufi di parole che non parlano. Con gli altri.

E se la Rowling, bontà sua, ha creato una specie di “mondo-Lego” della parola, almeno qualche ora, alla settimana, beh, ci buttiamo tutti, pancia a terra, sul tappeto, e cominciamo.

Allora, prima di deprimerci e attaccarci a un’altra delle infinite tiritere sulle responsabilità di una generazione – noi, di genitori – che hanno omesso qualcosa nel viziare i figli, nel renderli “mammoni”, e allora tanto vale attaccarsi al rubinetto dell’inchiostro innocuo (almeno in apparenza) e “strafarsi” dell’odio per zia Petunia, dell’arroganza di quel deficiente di Draco Malfoy che vanta un padre potente e un complesso d’inferiorità da far paura a Freud, della petulanteria (si può dire) di Ermione, che tanto di lì non si muove, saputella rompiscatole prima della classe, della bontà di Ron. Ovvero una banda ormai conclamata di brocchi, infelici mutanti tra infanzia e pre-adolescenza, adolescenza.

La stessa età a cui la mente riporta i nostri figli, anche se pretenderebbero ora d’avere facce da uomini e donne.

Su Hogwarts ci si era trovati, allora. E, anche ora, ci si ritrovano mamme e figli che stanno passando quell’età di mezzo che è complicata e astrusa ne Il signore degli anelli, lieve e “alla mano” nella Rowling. Per cui il male esiste sì, ma si vede. O ha comunque un’etichetta, tutto diventa più gestibile.

Non facile.

Ma gestibile.

Utopia rowliniana?

Non proprio. E se uno come Zerocalcare s’è preso la briga di farne un fumetto, beh, qualcosa di inconscio e collettivo c’è e ormai ci appartiene.

Ci siamo affezionati anche alla noia che a volte ci prende. Perché comunque, Bergson docet, la noia è già un legame con il mondo reale, la controprova della vera oggettività del tempo. E se è lastricato di romanzi miliardari come galline dalle uova d’oro che importa?

Silvia Andreoli

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