HANS CHRISTIAN ANDERSEN Nostra regina delle nevi

È forse la più raffinata delle già raffinatissime fiabe di Hans Christian Andersen, certamente è la più lunga – si compone di ben sette storie – e, ammettiamolo, non nasconde una punta “bacchettona”. Ma l’effetto non ne viene inficiato. E l’incanto si insinua di riga in riga.

1844.

Il piccolo Hans è cresciuto, ma solo nel corpo. La sua fantasia, così come le emozioni restano legate a quell’universo che lo salva e lo condanna. Lui, olandese di nascita, della cittadina di Odense, sobborghi modesti, classe 1805, raggiunge con La regina delle nevi il punto sommo della prosa.
A sintetizzarla la vicenda è quella del ratto di un giovane da parte dell’incedere suadente di una regina che gli promette in fondo il ghiaccio eterno e quindi l’assenza di dolore. Solo che la splendida crudele non sa quanto potente sia l’amore d’infanzia, quello dell’amica-sorella Gerda.

Di riga in riga Andersen conferma la sua abilità di cesellatore delle immagini e alto poeta dello sguardo. Uno sguardo che, snudato nella sua vera essenza, non perdona. E così lo descrive nell’antefatto, quando parla dello specchio che il demonio fabbricò, a causa del quale “ogni cosa buona e bella che vi si rifletteva dentro, scompariva fino a non esistere quasi più, ma se una cosa si presentava male o era sconveniente, allora risaltava chiaramente e diventava ancora più brutta”.

Parrebbe una definizione della nevrosi umana.

Invece è il cuore della trama, che vedrà le schegge di questo specchio, andato in frantumi, minuscole come grani di sabbia ma potenti come sa essere solo la distruttività insinuarsi nel cuore del bambino protagonista, il giovane Kay, di cui si cade invariabilmente innamorati. E innamorato a suo modo deve esserne stato anche Andersen, in una sorta di rispecchiamento e lotta, in quella forma di conflitto che la fiaba così bene accorda, che è l’eroe contro l’antagonista, felici fin dal principio di sapere che, vada come vada, ma il finale dovrà dare giustizia.

Non sempre, in realtà. Non con Andersen, cui la fama ha arriso in vita, che ha ricevuto encomi, onori, grande stima dal consesso letterario attorno, quando un secolo e mezzo prima i suoi “colleghi”, da Perrault alle madame francesi dei salotti che introducevano questo nuovo genere della fiaba letteraria, venivano misconosciuti o dileggiati, come sciocchi propugnatori d’un genere che cozzava contro il Secolo dei Lumi e la geometria della ragione.

Tant’è.

La fiabe resiste, i pensieri illuministici (o illuminati) non altrettanto.

Kay non è solo, accanto ha Gerda, l’ “amica geniale”, che con lui cresce e che, ad un certo punto, assiste al distacco, alla perdita a quell’esperienza perturbante che è osservare la trasformazione dell’altro. I due stringono tra le righe quella sorta di trama d’ombra che ha affatturato ogni esistenza di legame infantile.

In mezzo ci stanno i dubbi, le incapacità, l’oblio, gli incantesimi. In mezzo ci sta la fatica, la voglia di cedere, mollare. E quella disistima che attanaglia la mente, e non sempre per un’invenzione personale.

Quanto a Andersen, basti sapere che un insegnante così gli si rivolse: «sei un ragazzo stupido, non combinerai niente di buono».

Forse soffriva di dislessia, ipotizzano alcuni, a causa dei numerosi errori ortografici che commetteva. Ma anche questo è fiaba nella fiaba forse, se si considera la frammentarietà dell’educazione scolastica da lui ricevuta.

Ma il riscatto c’è e ci sarà.

Lo sbeffeggiamento dei sapientoni che profetizzavano la catastrofe lo si ha in pompa magna nel giugno del 1847, quando Hans viene ricevuto con sommo onore in Inghilterra e riceve le congratulazioni di Charles Dickens.

Gerda, in quell’istante, vince.

Gerda che trascina fuori dai ghiacci il cuore di Kay, liberandolo dalla scheggia malefica che uccide le emozioni.

E lo fa ripetendo una sorta di filastrocca, un piccolo salmo (persino forzato…), che riaccende nella mente del ragazzo la memoria del passato.

Le rose crescono nella vallata.

Laggiù parleremo al Bambino Gesú!

Così Kay piange e “pianse tanto che il granello di vetro gli rotolò via dagli occhi; egli riconobbe la bambina e urlò di gioia […] Era una cosa così bella che perfino i blocchi di ghiaccio ballavano tutt’intorno dalla gioia”.

Chi resta in bilico, come lungo un precipizio, tra le righe ogni istante è, però, Nostra Signora delle nevi. La parte più aggressiva dell’uomo, quella forza che è raffreddare tutto e non sentire, uccidendo senza privare della vita. Invece del sorriso.

E a leggerla anche da adulti questa fiaba mette letteralmente i brividi, perché, ammettiamolo, il rischio c’è, per ciascuno, ed è quello del cinismo. Che soltanto la caparbia determinazione che s’impara da bambini può contrastare. Imponendoci un gesto d’inchino a Gerda. Che insiste a non farcelo dimenticare.

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