GOLDRAKE & CO. Quando i robottoni invasero l’Italia

Chi oggi ha più di quarant’anni non può non conoscere a memoria una strofa che recita così: «Si trasforma in un razzo missile/con circuiti di mille valvole/tra le stelle sprinta e vaaaa….». È una delle canzoni più amate (e vendute) negli anni Settanta, di quelle che non si riesce a togliere dalla testa, che canticchiavano sotto la doccia anche i genitori. È la sigla tv che annunciava un episodio di Atlas Ufo Robot, serie che ha come protagonista il robot guerriero Goldrake, un cartone animato che ha tenuto incollato allo schermo un’intera generazione di bambini, e anche qualche adulto.

 

La prima serie di questi cartoni giapponesi di fantascienza – di tutt’altra pasta rispetto ai “morbidi” Pronipoti, ambientata in un futuro prossimo trasmessa a metà degli anni Sessanta e firmata dalla coppia Hanna & Barbera, gli stessi di Braccobaldo, per intenderci – va in onda il 4 aprile 1978 su Raidue. Sin dal primo fotogramma si capisce subito che si è davanti a qualcosa di unico, un intrattenimento televisivo per minori fuori “dalle regole”: robot parlanti, battaglie stellari, armi, grida e urla!

 

Mai visto niente del genere. A quell’ora, per i bambini!

 

Tanto che – d’altra parte siamo in Italia – a un certo punto della sua programmazione Atlas Ufo Robot deve vedersela con la censura che taglia ben tre episodi ritenuti troppo violenti. Vale la pena sottolineare che uno di questi tre, l’episodio 59 – di cui parleremo in seguito – è stato in assoluto il più visto in Giappone.

 

Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, grazie all’avvento delle tv private, si assiste a una vera e propria invasione dei cartoon giapponesi. Ci sono quelli con protagonisti ragazzi, ambientate a scuola o in una palestra di pallavolo, ma quelli più seguiti – e i più rivoluzionari – sono i “robottoni”, cioè ambientati nella fantascienza e con robot tra i protagonisti.

 

Oltre ad Atlas Ufo Robot e al suo Godrake, un altro cult del decennio è Jeeg Robot d’acciaio, dove si narra la storia di Hiroshi, ragazzo capace di trasformarsi nell’Uomo d’Acciaio. Anche qui la lotta contro i malvagi è, come al solito, lunga e avvincente. C’è poi Mazinga, enorme robot costruito da un anziano scienziato, Kabuto, lasciato in eredità al nipote Ryo: compito dell’automa è quello di contrastare i piani del Dottor Inferno, il cattivo di turno.

 

Goldrake, Mazinga, Jeeg, Daitarn, Danguard, Gundam e compagnia sono il futuro rappresentano la rottura con il passato, lo strappo con cartoni sin troppo buonisti, dove la disputa tra i soggetti ruota intorno esclusivamente al cibo e il buono si salva sempre con l’astuzia. Nei robottoni, invece, i cattivi distruggono pianeti, le guerre sono interplanetarie e i buoni si difendono con le armi.

 

E che armi!

 

Robe mai viste ne’ sentite: lame rotanti, alabarde spaziali, magli perforanti, tuoni spaziali… I volti giovani dei nuovi personaggi, le loro armature e il coraggio insuperabile nel combattimento si dimostrano una miscela vincente ed esplosiva: gli indici di ascolto televisivi schizzano alle stelle e le sigle italiane create da hoc con testi che inneggiano ai robot e alla loro potenza scalano le hit parade.

 

Ma le armi spaziali di Mazinga e tutti gli altri robot nulla possono nella battaglia in Parlamento contro il deputato di Democrazia proletaria, e membro della Commissione di vigilanza Rai, Silverio Corvisieri che in un’interrogazione parlamentare si scaglia contro i nuovi cartoni animati giapponesi che, dice durante il suo intervento in aula «altro non sono che un’orgia di violenza annientatrice, dove viene esaltato il culto della delega al grande combattente e alle macchine elettroniche e il rifiuto viscerale “diverso” che viene da altri pianeti». Episodi antieducativi, perché i protagonisti sono «figure che non chiamano a collaborare gli altri, che non prendono decisioni in comune. Quindi non solo è violento, ma anche antidemocratico».

 

Molti sociologi, giornalisti, psicologi e opinionisti cominciano ad accusare questi tipi di cartoni di essere diseducativi e inadatti ai piccoli telespettatori: nei volti dei personaggi, si dice, emerge un’ambiguità sessuale poco gradita e nei gesti troppa violenza. E anche se la maggior parte dei genitori si appassiona e si siede accanto ai figli davanti alla tv, alcuni arrivarono a definire i cartoni dannosi per il corretto sviluppo mentale dei bambini.

 

Ad allarmare è anche l’invasione dei cartoni. Acquistati dalle emittenti private per coprire i palinsesti e vendere pubblicità sono trasmessi per molte, forse troppe, ore al giorno. Finché nel 1983 un gruppo di genitori di Imola decide di passare all’azione: raccoglie più di 600 firme e si rivolge ai ministri delle Poste e delle Telecomunicazioni, Antonio Gava, e della Pubblica istruzione, Franca Falcucci, chiedendo di interrompere le trasmissioni di cartoni animati giapponesi. La protesta ottiene l’effetto sperato: se nel 1983 si contano 39 serie, l’anno dopo ne vengono trasmesse solo 14.

 

E poi, come detto, le alabarde spaziali di Goldrake nulla hanno potuto contro le forbici della censura. La trama dell’episodio 59 di Atlas Ufo Robot, quello cancellato, è questa: allo scopo di far uscire allo scoperto Actarus, gli uomini di Vega persuadono cinque ragazzini e un bambino a immolarsi alla causa, facendone dei terroristi-kamikaze sulla Terra. In Giappone fu un trionfo, la trasposizione del mito del samurai e dell’harakiri in un cartone venne visto favorevolmente, da noi – ovviamente – no.

 

Nonostante censure, critiche, interpellanze parlamentari i “robottoni” hanno conquistato l’Italia: tutti, ma proprio tutti, hanno sognato almeno una volta di salire su un’astronave «che tra le stelle, sprinta e va».

Luca Pollini

 

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