ENZO FERRARI Una vita scritta con l’inchiostro viola

Per scoprire che il suo colore preferito non era affatto il rosso bisogna andare a Modena, nell’avveniristica casa-museo Enzo Ferrari allestita in via Ferrari 85, dove un tempo c’era l’officina di carpenteria meccanica del padre Alfredo, che lavorava per le vicine ferrovie. Lì – tra le pareti dipinte dello stesso azzurro intenso di quelle che guardava il “Drake”, le vecchie poltroncine di pelle marrone Anni Sessanta e altri mobili originali – si comprende meglio il carattere di un personaggio diventato leggenda.

E basta guardare la sua scrivania, essenziale come quella di un monaco, per capire che per lui semplicità, concretezza e rigore erano dogmi e non parole. Per scrivere, il mago delle Rosse usava solo ed esclusivamente una stilografica caricata con inchiostro viola «come il colore delle copie dei disegni meccanici di mio padre nella sua officina», spiegò. Un suo biografo sostiene invece che siccome Enzo Ferrari amava distinguersi: «quella firma vergata in viola, l’unione cromatica del blu, il colore dell’equilibrio, e del rosso, quello della passione, era ben più di una velata stravaganza emanata dal genio, era la rivendicazione stessa di una personalità che spiccava e pretendeva il giusto riconoscimento».

La storia del rosso dei suoi bolidi si deve invece al fatto che sin dagli Anni Trenta, nell’automobilismo sportivo internazionale in base ad un provvedimento della FIA (Federazione italiana automobilismo), era il colore che rappresentava l’Italia. In quel periodo anche l’Alfa Romeo competeva con le macchine di colore rosso, mentre i colori delle altre nazioni erano differenti: il blu per la Francia, l’argento per la Germania, il bianco e il blu per gli Stati Uniti e il verde per la Gran Bretagna. Ecco spiegato il perché del rosso fuoco delle Ferrari, anche se nel 1964 l’Ingegnere (era molto fiero della laurea ad honorem conferitagli nel 1960 dall’Università di Bologna) utilizzò delle auto bianche con una striscia blu per protesta contro la Federazione, che a suo dire, non l’aveva tutelato in una vertenza con l’organismo internazionale.
Poi nel 1923, quando vinse la prima edizione del Gran premio del Circuito del Savio, fu la contessa Paolina Biancoli, madre dell’aviatore Francesco Baracca, a regalargli il simbolo dicendo: «Ferrari, metta sulle sue macchine il cavallino rampante del mio figliolo. Le porterà fortuna». Così fu.

Uomo dalle molte vite (pilota, meccanico, imprenditore) Enzo Ferrari ha avuto un’esistenza lunghissima e intensa. Cominciata in salita, come lui stesso aveva confessato, ricordando il “no” ricevuto a Torino dalla Fiat: «Era l’inverno 1918-1919, rigidissimo, lo ricordo con grande pena. Mi ritrovai per strada, i vestiti mi si gelavano addosso. Attraversando il Parco del Valentino, dopo aver spazzato la neve con la mano, mi lasciai cadere su una panchina. Ero solo, mio padre e mio fratello non c’erano più. Lo sconforto mi vinse e piansi». Ma lo sconforto durò poco, se poi ammise che: «Nel 1920 cominciavo soprattutto a far sentire con istintiva prepotenza la mia vocazione di agitatore di uomini e di problemi tecnici. Tengo a dire che, quale fui allora, sono adesso: mai mi sono considerato un progettista, un inventore, bensì soltanto un agitatore».

Uno che lo conosceva bene e lo intervistò più volte, Enzo Biagi, scrisse di lui che «Era così sincero e umano nelle sue debolezze che gli si poteva anche voler bene».
Tra queste debolezze c’erano sicuramente le donne: la moglie Laura Garello (conosciuta nel 1918 a Torino e che non lasciò mai), Lina Lardi degli Adelardi (da cui avrà il figlio Piero) e Fiamma Breschi (compagna del pilota Luigi Musso, morto nel 1958 in pista). Molti poi lo hanno descritto come un uomo duro, determinato, diretto, ostinato, accentratore. In realtà era un tipo timido e schivo, che negli ultimi trent’anni della sua vita (morì a 90 anni), decise di indossare sempre gli occhiali scuri da sole, «che altro non erano che una protezione dalla curiosità dal mondo, con quelle lenti scure a difesa dei suoi sentimenti più veri», ricorda Luca Dal Monte nel libro “Ferrari Rex!”, l’autobiografia più completa dedicata al Drake. Un uomo che amava le sfide, ma che, come tutti i grandi, «si passò sempre accanto senza concedersi troppe attenzioni» e più volte, soprattutto negli ultimi tempi, disse che una volta morto avrebbe voluto solo essere dimenticato.
Non è stato e non sarà mai possibile.

Marina Moioli

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