EMILY DICKINSON tutte le porte del cuore


emily dickinson“Che sia l’amore tutto ciò che esiste, è ciò che noi sappiamo dell’amore. E può bastare che il suo peso sia uguale al solco che lascia nel cuore”. L’eco di questi versi, così come quelli di altre centinaia, risuona ancora tra le strade di Amherst, un borgo rurale del Massachussetts. È qui che nacque Emily Dickinson, nel 1830, è qui che la sua casa – The Homestead, un tempo una fattoria con un campo di fieno, un giardino, e un granaio – è stata trasformata in un museo. Visitarla è come fare un tuffo nel passato, dove ogni cosa parla del suo animo ribelle, delle sue passioni, dei suoi numerosi scritti, del suo quotidiano. La poetessa vi abitò per tutta la sua vita, tranne una parentesi di quindici anni.

Amava molto questa abitazione e la chiamava “la casa dell’anima”. Tra queste pareti condusse sempre una vita semplice. Faceva i dolci, giocava con il suo cane Carlo, si destreggiava al piano, senza spartiti. Aiutava sua madre Emily Norcross, nelle faccende domestiche, anche se non le piaceva, e trascorreva ore e ore nell’orto a “coccolare” le sue piante, come il gelsomino e l’oleandro (è visibile una serra con gli attrezzi originali recuperati e ristrutturati). Era famosa per fare giardinaggio in notturna con la lanterna. Stendeva sul suolo una coperta per fare in modo che il suo abito non si rovinasse.

Nella natura trovava anche la sua spiritualità, e a differenza della sua famiglia molto religiosa (possedeva diciannove Bibbie) non andava mai in Chiesa. Una volta scrisse: “Alcuni osservano il Sabbath in Chiesa, io l’osservo stando a casa. Con una doliconice come corista e un frutteto come cupola”. Molto tempo lo dedicava alla lettura. Lo studio era pieno di libri, dal pavimento al soffitto (sono conservati all’Università di Harvard e alla Brown University) ed era solita dire: “Sono grata che esistano i libri. Sono migliori del Paradiso perché il Paradiso è inevitabile, mentre i libri potrebbero scomparire”. Ma soprattutto scriveva poesie: ben 1789, oltre a centinaia di lettere alla sua famiglia e ai suoi amici. Girava sempre con una matita e appuntava versi ovunque: sulle buste, persino sul retro della carta dei cioccolatini.

Emily amava molto la poesia e la definì così: “Se io leggo un libro e mi fa sentire così freddo che nessun fuoco può scaldarmi, so che è poesia. Se mi sento come se la parte superiore della mia testa fosse stata staccata, so che è poesia”. Solo alcune delle sue liriche furono pubblicate durante la sua vita.

Non essendo interessata alla pubblicazione, la poetessa era libera dai limiti dello stile, come rima perfetta e metro regolare che erano comuni in quel periodo. Il suo poeta preferito era Shakespeare: spesso si rifugiava nell’attico e recitava i suoi poemi ad alta voce. Lo faceva solamente per se stessa, nessuno l’ascoltava, se non forse i topi. Eppure di persone disposte ad ascoltarla ne avrebbe avuto tante: ebbe tante storie pur non essendosi mai sposata e molti uomini con cui le piaceva flirtare. Perché come era solita ripetere: “Il mio cuore ha tante porte”.

Quando si entra in quella che era la sua stanza, sembra quasi di vederla seduta alla sua scrivania sotto la finestra intenta a scrivere (c’è una copia del piccolo tavolino che usava, l’originale è a Harvard) o ad ammirare l’alba o a scorgere i suoi nipotini che dalla casa di suo fratello Austin, di fronte, venivano a trovarla.

Tutto intorno, una carta da parati con fiori rosa, simile a quella usata nel 1880, e al centro un camino in marmo italiano. Spicca un vestito bianco, una copia dell’unico abito rimasto nel guardaroba della poetessa. Semplice con dodici bottoncini di alabastro e una tasca a destra, diverso dagli abiti con tanti strati e corsetti che erano di moda durante il periodo vittoriano. Per questo divenne nota come “il mito di Amherst”, lei che non si vedeva mai e che vestiva sempre di bianco.

Una volta, consapevole della fama che aveva, scrisse alle sue cugine: “dite al pubblico che oggi indosso un abito marrone e un mantello, se possibile, più marrone”. Quando morì, nel 1886 all’età di cinquantacinque anni, sua sorella Lavinia ritrovò sotto il letto e nei cassetti un’infinità di quadernini scritti a mano, cuciti o chiusi a fascicoletti con dei nastrini.

Prima della sua morte, Emily fece promettere a sua sorella Lavinia che avrebbe bruciato tutti i manoscritti ricevuti e lei lo fece per rispettare questa volontà, ma poi s’impegnò perché i pensieri ritrovati fossero pubblicati. “Il mondo deve sapere del genio di mia sorella”, disse. Ad aiutarla nell’impresa fu anche Thomas Wentworth  Higginson, amico di penna di Emily. Nel novembre 1890 si ebbe il primo libro pubblicato, anche se i commenti non furono tutti positivi. Da allora la produzione è stata infinita.

Poco distante si trova il cimitero con la sua tomba. Per terra qualcuno ha poggiato alcune matite e penne, a voler ricordare i suoi scritti rimasti immortali.

“Se potrò impedire a un cuore di spezzarsi,
non avrò vissuto invano.
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena,
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido,
non avrò vissuto invano”.

Isa Grassano*

 

*Isa Grassano, giornalista professionista freelance, collabora con le più prestigiose riviste italiane occupandosi di viaggi, costume, attualità e libri. È autrice di guide di viaggio intramontabili (Forse non tutti sanno che in Italia, è il suo ultimo successo), perché scritte con passione e infinità curiosità della vita, la stessa che ritrovate nel suo seguitissimo amichesiparte.com.

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