EGON SCHIELE La sua donna sono io

Si chiamava Wally, in realtà Valerie detta Wally, faceva Neuzil di cognome.

Aveva diciassette anni e credeva d’essere – magari lo era – il suo vero amore. Unico e vero e folle amore di Egon Schiele, nato nel 1890, il genio dell’Espressionismo viennese d’inizi Novecento, pupillo da subito del grande Klimt.

Fu lei più che mai a ispirarlo. Posava per lui, che voleva fermarla, imbrigliarla, metterla dentro la sua arte. Non avrebbe mai accettato che se ne fuggisse via.

Si incontrano, è il 1911, scocca quella scintilla d’amour fou. E chi non ci crede, non ha mai conosciuto l’amore.

Si incontrano e subito se ne vanno. Boemia del sud. Krumau dapprima, perché lì aveva abitato sua madre. Ma sono costretti a partire. In provincia la mentalità è ristretta, nessuno accetta che convivano senza essere sposati.

E presto l’idillio, se così si può chiamare, rivela le sue tinte più fosche, e intense, e complicate. Egon viene accusato di avere molestato una quattordicenne. Wally non si dà pace, si domanda: Non gli basto più?

La condanna arriva, e così la prigione. Schiele trascorrerà tra le sbarre un tempo tale da sconvolgergli la mente.

Wally lo attende. Non demorde. Sono sua, si convince, gli resto accanto.

Musa la chiamava. Oggetto forse, corpo, terra, ossessione, fragilità che il pennello indaga, pazzo e affamato, sotto la sua carnagione diafana, chiarissima. Né Wally è disposta a demordere, gli resta accanto, ogni giorno. Per quattro lunghi anni. Quando Egon la lascia all’improvviso. Nel peggiore dei modi. La mette di fronte al fatto compiuto.

Sposa un’altra.

È il 1915.

Allora è vero che l’amore finisce, che la vita si rovescia. Sì, l’amore finisce. 

Però.

Però in questi quattro anni s’insinua l’infinito. Quattro sparuti anni, sulla carta, che diventano invece rivoluzioni solari, ere, glaciazioni.

La pittura con Egon cambia lo sguardo del mondo. Il corpo respira e palpita, c’è sesso esposto, dolore rappreso, e la sensualità che fa da antidoto alla morte.

Sì, l’amore finisce.

Non lei, però, non Wally. Che sta sulla tela esattamente come lui ce l’ha messa: i capelli raccolti in alto, la guancia sinistra posata sul ginocchio, un po’ annoiata, lui lo sa, eppure la ragazza resta immobile. Forse hanno appena finito di fare l’amore, le ha chiesto di rivestirsi e posare.

Quella luce obliqua, nello sguardo, da quella è rimasto rapito, non poteva ignorarla.

È la porta dell’inferno e dell’assoluto, è l’anima stregata e occulta della divinità folle dell’uomo.

Prima di Wally, è vero, c’era stata un’altra musa, donna, amante. Dopo ci sarà Edith, Edith Harms, la figlia del fabbro, che convince Schiele ad allontanare Wally anche dallo studio, dalla tela. Sarà solo lei la musa, adesso, impone.

Edith lo ha ricattato.

Per questo poi qualcuno ha insinuato che quella del quadro non sia Wally

Perché la data della tela “Donna seduta con gamba sinistra piegata” è il 1917. Già Egon e Wally si erano lasciati.

Eppure. Quella – è lei. Non può essere che lei.

Sua la posizione.

Suo il viso. E l’amore che le imprime addosso lo sguardo, la violenza struggente che a lei riservava. Era il tempo in cui Schiele leggeva Rimbaud, in cui aveva quella visione delle cose. E lei, solo lei, ne era parte.

Era quella donna, e la summa di quell’istante.

Dopo, tutto cambia. Con Edith la pittura di Egon diventerà un’altra.

Migliore? Peggiore?

Non si può dire.

Intanto Wally parte come crocerossina. Al fronte. E li morirà.

Anche se resta – lì, eterna.

E con lei anche noi, talvolta, se abbiamo ricevuto addosso lo sguardo ruvido e incendiario di un amore folle. Che non si ferma alla carne, che scava, e brama, saccheggia. Wally e noi, che in un canto delle sirene stregato intoniamo la strana malia dell’amore che si fa eterno nell’attimo stesso in cui decade. Che s’intreccia a quella morte disperata e maledetta che ammorba il nostro presente come fanno i sogni nelle notti d’estate.

Schiele muore appena l’anno dopo, 1918, per l’influenza spagnola.

Ma lui è stato grande.

Lo è stato da subito.

Klimt lo amava. Ne ha fatto il suo protetto.

Egon Schiele ha raccontato un lato oscuro della passione che poi in molti hanno ripreso, plasmato, portato oltre.

Nelle parole dei libri. Nelle immagini della notte. La scultura. L’arte. Il corpo femminile, con lui, si è svelato. Erano gli anni della Grande Guerra. Nessuno allora aveva disinvoltura tanto acuta, l’incedere della stoltezza allora valeva diadema e corona.

Wally esibisce quella libertà, che si fa grammatica d’amore, diventando per sempre la ragazza di Schiele. La sua diciassettenne con i capelli raccolti sulla testa, la guancia contro il ginocchio.

Del suo lavoro restano trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni.

Ma soprattutto lei. Gouache e matita, cm 46×30,5

La tela è a Praga, Národní galerie.

La più bella di tutte.

 

Silvia Andreoli

 

 

 

 

 

 

 

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