EDDY MERCKX Il Cannibale bambino

Un mese prima piangeva come un bambino al quale hanno bucato il pallone. Un mese dopo, piansero tutti gli altri. E continuarono a piangere per un bel po’ di anni.Il colpevole? Eddy Merckx, un belga, fiammingo, che stava divorando tutta la torta del ciclismo mondiale, per entrare nella storia di questo sport. È il 1969, accade al Giro d’Italia. Dopo la sedicesima tappa ha già vinto quattro volte, è in maglia rosa e la critica è unanime: la corsa è nelle sue mani. Secondo le regole dell’Unione Ciclistica Internazionale, l’Uci, il primo in classifica viene sottoposto ogni giorno al controllo antidoping.

La tappa appena finita, a Savona, è la classica giornata di trasferimento, pianeggiante e senza sorprese. Merckx controlla la gara e poi va, come nei giorni precedenti, all’esame antidoping. Poi si trasferisce con la sua squadra, la Faema, da Savona a un albergo di Albisola. La mattina dopo scoppia la bomba: Merckx è escluso dal Giro perché positivo all’antidoping.Sergio Zavoli, microfono in mano, entra nella stanza del belga e lo interroga. Il belga è disperato, sdraiato sul letto, in canottiera, con le bretelle che reggono i calzoncini da gara. Piange senza ritegno: «Io no capiscio, io ho fato niente» balbetta in un italiano che dopo qualche tempo diverrà quasi perfetto.

Si scatena il dibattito al Processo alla tappa: Enzo Biagi lo condanna senza pietà; Gianni Brera fa lo scettico d’occasione; di Merckx, aveva scritto l’anno prima, toppando clamorosamente: «È troppo “grosso” per vincere in salita»; Indro Montanelli difende con un’oratoria ciceroniana il ciclista e fa titolare al Corriere della Sera: «Tutti a casa». Si sospetta un complotto, un boicottaggio: qualcuno potrebbe aver messo delle amfetamine nella borraccia del campione. Gimondi, che è secondo in classifica, rifiuta di indossare la maglia rosa al posto del rivale e perfino il patron del Giro, Vincenzo Torriani, chiede all’Uci di ripensarci, perché pare incredibile che, sapendo di dover passare quell’esame, Merckx abbia commesso un errore del genere, per di più in una tappa di assoluta facilità. Niente da fare: l’Uci squalifica il belga.

Un mese dopo, perdonato dalla stessa Federazione dopo le pressioni di tutto il mondo del ciclismo, Eddy parte per il Tour de France. È furibondo, scatenato, arrabbiato. Non si fida più di nessuno e decide di punire… il ciclismo a modo suo. È la prima volta che Merckx partecipa al Tour de France, corsa durissima come nessun’altra al mondo.Lui non la vince, la travolge. Il 15 luglio 1969 l’impresa più grande: sui Pirenei, nel gruppetto che sale sul Tourmalet, in testa c’è un gregario di Merckx, Martin Van den Bossche. Ha dichiarato che dall’anno successivo cambierà squadra. E Merckx non lo perdona: passa in testa e allunga. Gli toglie la soddisfazione del primo posto sul Tourmalet e scollina con dieci secondi di vantaggio sul gruppetto.

Chiunque aspetterebbe gli avversari: per arrivare al traguardo, infatti, mancano ancora 140 chilometri. Lui no. In discesa controlla il distacco, e quando inizia a scalare anche l’Aubisque aumenta il ritmo. Porta e dieci minuti il suo vantaggio, un abisso, ma non si ferma. A venti chilometri dal traguardo entra in crisi. Avvicina l’auto della sua squadra e dice al direttore sportivo che non ce la fa più. Il tecnico, Guillaume Driessens, lo rassicura: «Gli altri sono lontani, stringi i denti». Con uno sforzo immenso Merckx abbassa la testa e pedala, compiendo l’impresa più bella del Tour: vince la tappa con più di sette minuti di vantaggio sul secondo.

Cinque tappe più tardi, il Tour si conclude. Merckx non ha lasciato neanche le briciole: il primo dei suoi cinque Tour de France, sei vittorie di tappa, primo nella classifica degli scalatori, primo in quella a punti, primo anche nella classifica a squadre. È l’avvento di quello che Gian Paolo Ormezzano definisce il “merckxismo”. Il giorno dopo, Neil Armstrong è il primo uomo a camminare sulla Luna. Il giornale che organizza il Tour, L’Equipe, pubblica una vignetta storica: Merckx in bicicletta supera l’Apollo XI e arriva sulla Luna per primo.

Una giovane speranza francese, Christian Raymond, risponde alla figlia che gli chiede perché non abbia vinto: «Perché c’era Merckx». E la figlia, di rimando: «Ma lui è un cannibale».Quel soprannome gli resta appiccicato addosso per sempre.

Corre come farebbe un bambino, sempre in testa, anche quando non è necessario. In una tappa di un Giro qualunque va in fuga con un anonimo gregario. Normalmente il campione lascia la vittoria di tappa al più debole, un ringraziamento per averlo aiutato nella fuga. Lui no: in volata lo batte inesorabilmente.Tosello è affranto: per lui quel successo sarebbe stato un giorno di gloria in una vita intrisa di sudore. Niente da fare; il direttore sportivo di Merckx è furibondo: «Quello è un pazzo». Merckx si scusa e fa in modo che Tosello l’anno successivo corra nella sua squadra, per rendergli in denaro, con le sue vittorie, ciò che gli ha tolto in un giorno qualunque.

Anni dopo, ormai ritiratosi dall’attività sportiva, a chi gli chiede della tappa di Savona, di quel pianto, di cosa successe veramente, risponde fiero: «Io so chi è stato ma non lo dirò mai a nessuno. Perché ogni volta che lo incontro la mia soddisfazione è totale vedendolo mentre abbassa lo sguardo per la vergogna». È l’unico indizio noto: qualcuno del mondo del ciclismo lo voleva fare fuori. Lui ha risposto a quell’affronto vincendo di tutto, di più: 3 Mondiali, 5 Giri d’Italia, 5 Tour de France, 7 Milano-Sanremo, 5 Liegi-Bastogne-Liegi, 3 Parigi-Roubaix, 3 Gand-Wevelgem, 3 Freccia Vallone, 3 Parigi-Nizza, 2 Giri delle Fiandre, 2 Amstel Gold Race, 2 Giri di Lombardia, una Vuelta, un Giro di Svizzera, il record dell’ora su pista. In totale, da dilettante ha conquistato 56 corse su 149. Da professionista, Merckx ha partecipato a 1.582 gare, vincendone 445, poco meno di una ogni tre. A queste, si aggiungono 98 vittorie su pista, tra cui 17 Sei Giorni, e due successi nel ciclocross.

Girava una barzelletta ai suoi tempi: il re del Belgio, Baldovino, riceve Merckx per onorarlo delle sue vittorie. I sudditi lo vengono a sapere si affrettano a correre sotto il balcone del palazzo reale. Si aprono le finestre e Baldovino e Merckx si affacciano. Prima applaudono, poi si guardano sconcertati e si chiedono: «Ehi, ma chi sarebbe quel tipo col vestito da parata e con gli occhiali, vicino a re Eddy?».

Rispettava totalmente solo Felice Gimondi, il suo miglior rivale: «Quando vince Gimondi accetto la sconfitta, perché mi batte un grande», diceva dell’italiano.

Lo incontrai due volte. La prima al raduno di partenza di una tappa della Tirreno-Adriatico. Discuteva forsennatamente con Marietto, la sua vittima preferita. Marietto era il suo meccanico di fiducia, una spugna assorbente di tutti gli umori del campione. Merckx gli chiese di alzare la sella. «Di quanto?» chiese Marietto. Poi, sospirando, paziente, eseguì. E alzò il sellino di cinque millimetri, perché Eddy diceva che sarebbero stati decisivi…

La seconda volta lo vidi a Lugano, nel 1996, dopo un Campionato del mondo in cui, ormai più che cinquantenne, era diventato il commissario tecnico della squadra belga. Quel mondiale lo vinse proprio un belga, Johann Museeuw, ma i suoi occhi brillavano come mai prima per il figlio Axel, che era arrivato quarto. Si voltò e mi disse, sorridendo: «Oggi sono l’uomo più felice del mondo».

PS.: L’ultimo Tour de France è stato uno dei più scialbi della storia. È vero che i campionissimi non nascono tutti i giorni, ma se ci fosse un ciclista capace di valere almeno un decimo di Merckx il Tour tornerebbe grande. Non come Eddy, ovviamente, ma almeno si sforzerebbe di avvicinarcisi.

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