DRACULA il nero che avanza (in noi)

Tutto assolutamente perfetto, se non fosse per il finale. Che lo vede in fondo vittima tanto da essere polverizzato, per non arrecare più danni in giro.

Eppure il destino di Dracula pesa, a noi che leggiamo, persino più che al protagonista se, nell’originale, un sorriso – sollievo?, redenzione? – pare affiori persino sulle sue stesse labbra.

Lo hanno capito bene i creatori dei sequel furbetti, da Twilight di Stephanie Meyer (era il 2005) in poi. Al grido “Quando puoi vivere per sempre, per cosa vivi davvero? “ (l’amore, no?) la progenie sboccia e trionfa. Piccoli vampiretti crescono.

Ma non così dovrebbe andare secondo Abraham (Bram) Stoker, l’irlandese che dette alle stampe il romanzo Dracula nel 1897.

Nelle descrizioni, come nell’avvicendarsi della trama, Stoker insistette molto sulla crudeltà del suo mostro e sugli effetti di contagio di cui era capace, per indurre a sostenere anche l’epilogo. Per dimostrarne la virulenza del male, s’attacca anzi alla realtà, ovvero ne ricostruisce una base storica. Nasce cosi un curioso, frammentario, polifonico affresco del Principe di Valacchia Vlad III.

Realtà nella finzione e finzione nella realtà.

Ingrediente principale: la paura.

Gli ingredienti per farne un bestseller c’erano tutti.

Stoker sapeva il fatto suo.

A cominciare da quel piglio intrigante e furbesco, di gran moda nel bel mondo delle lettere, di incaricare della conduzione del filo narrativo un apparente estraneo alla vicenda. Nello specifico si tratta di un ambizioso, giovane avvocato, tal Jonathan Harker che, il 3 maggio del 1890, si mette in viaggio per la Transilvania, su richiesta del suo boss, Peter Hawkins, per ottenere tutte le firme necessarie a perfezionare un acquisto immobiliare, a Londra, commissionato appunto dal conte Dracula.

Semplice, pragmatico, come un buon irlandese vuole.

Ma è un abbaglio.

Perché l’imponente scrittore, che amava affermare: «Credo di poter dire che, nella mia persona, rappresento la sintesi dell’educazione universitaria mens sana in corpore sano», il cavillo dell’abilità si sposa con l’intuizione potente di una tematica diventata oggi più stringente che mai: l’equazione tra straniero e nemico.

Come dimostra la macchina narrativa da lui creata, ogni punto di vista, espresso tra diari, lettere, testimonianze, ha alle spalle un’erudita ricerca storica e di folclore attorno a un personaggio, Dracula appunto, che è caparbiamente determinato a raccogliere in sé ogni negatività che competa a un estraneo.

Piccolo il luogo dove risiede. Ristretta la comunità che circuita attorno al castello. Nel paese tutti si conoscono, l’uno osserva l’altro, sussurra dicerie, si piega al potere della nascita, ma dubita della nobiltà come garanzia, anzi ne indaga con sospetto ogni minima caratteristica.

E Stoker mette le carte in tavola subito: nel sangue (genealogia) del suo strano eroe c’è Attila, re degli Unni, ma rivendicano la potestà anche i vichinghi (per questo Dracula nel testo invocherà divinità come Thor e Odino); e pure la bestia ungherese Székely.

Insomma c’è del nero in Transilvania. E crea suggestioni potenti grazie all’abilità dell’inchiostro che scorre.

Così in quello scorcio di fine secolo che s’andava avvicinando, mentre la forma gothic novel spopolava come oggi solo una borsa Marmont di Gucci, il romanzo, costruito come un melting pot di stralci di diari e lettere, coglie la coda d’aquilone finale del genere per proiettarsi verso un’era rivoluzionaria e afasica di sfaldamento dell’Io. Es, io, super io ci indottrinerà Freud giusto due anni dopo, pubblicando il 4 novembre 1899 quel suo L’interpretazione dei sogni che cambierà le sorti della percezione di sé e di tutta la narrativa.

Dracula lo anticipa.

Stoker intreccia innovazione e tradizione. E persino un pizzico di plagio, azzarderebbe qualcuno oggi.

Perché va detto, non lo ha inventato lui, il vampiro. Piuttosto s’è ispirato, termine forse troppo delicato.

Lo spunto è il racconto di un medico, segretario personale nientemeno che di George Byron, dal titolo Il vampiro e dato alle stampe nel 1819.

C’è davvero di che inalberarsi? O non vanno forse così spesso le cose con i capolavori

Basti ricordare che lo aveva già fatto nel 1719 Daniel Defoe nel Robinson Crusoe con l’altrimenti dimenticato marinaio scozzese Alexander Selkirk che aveva trascorso quattro anni e quattro mesi in solitudine su una delle sperdute Isole Juan Fernández scrivendo poi un libello sull’esperienza, pubblicato poco prima (senza alcun successo, però).

La narrativa gioca scherzi abili. E scardina le scansioni temporali.

Ma se la trama è troppo fitta per un riassunto, se ci vuole attenzione a seguire i passaggi di una vicenda che va complicandosi e, attraverso sapienti coup de foudre, avanzerà inesorabile verso l’epilogo, è la forza della devianza che mantiene incollati alle pagine.

Quella deriva che in Dracula viene identificata come genetica e quindi invincibile, impellente, persino un destino, e in cui, però, il lettore non può far altro che riconoscere tracce d’una febbre che è anche sua.

La febbre d’una alterità, di un’ombra nello specchio che seduce nell’istante stesso in cui atterrisce. E sarà Jung, questa volta, a farla da padrone, nel braccio di ferro psicoanalitico con Freud.

Tant’è.

Ormai Dracula s’insedia nell’immaginazione.

Prende il posto di Barbablù, dell’Orco, della Bestia sotto incantesimo.

Dracula ha un esplicito richiamo sensuale, sessuale.

Mischia a un istinto di matrice terrigna, ancestrale, l’onnipotenza di quel Dottor Jekill e Mister Hyde, firmato dal genio di Robert Louis Stevenson e pubblicato (con il titolo The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde) appena undici anni prima, un autentico longseller dal successo strepitoso immediato.

Dracula discende insomma dalle fiabe quanto dall’antropologia.

Ha pallore nobiliare, e segreti che non si possono rivelare. Vanno fiutati, semmai, registrati con spasmo di fame e repulsione. Ma, una volta conosciuti, non se ne può più andare indenni.

Trasformano. Chi più chi meno, ma nessuno ne esce immacolato.

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