CARMEN MIRANDA spirito brasileiro di una “notevole piccoletta”

Carmen MirandaPuò il kitsch andare a braccetto con l’austero e l’elegante? Può la sottile, intellettuale autoironia sposarsi al popolare? E può soprattutto una biondina portoghese diventare credibile nella parte della mulatta afro-brasiliana? Maria do Carmo Miranda da Cunha, in arte Carmen Miranda, tutto poté, in quegli Anni Trenta, tra Rio e New York. 

Costume da baiana, largo, ampio e già sexy;  bracciali e collane di perline, un grande turbante colorato a raccogliere i capelli; banane e ananas tropicali fieramente esibiti come gioielli, immagine tanto esotica quanto (divenuta) familiare, e imitata, nell’iconologia della star internazionali.

Appena nata nel 1909, figlia di un barbiere e di una lavandaia, Maria do Carmo sbarcò in una Rio de Janeiro povera e fervente, portoghese, negra e già meticcia. Il quartiere della Lapa di giorno è rispettabile, ma di notte, tra malandros, musicisti, magnaccia e, ovvio, puttane, diventa la capitale del vizio: Carmen, devota come solo sanno essere le portoghesi, appare indecisa se entrare in convento oppure aprirsi alla vita. Si aprì.

Grazie alla pelle ambrata, agli occhi verdi, vivi e tentatrici, ai seni prosperosi, ai fianchi larghi, alle gambe ben robuste, e vabbé che importa l’altezza… Per diventare un’icona del proprio Paese, un modello d’esportazione, contano di più quel coraggio che hanno le popolane, quella intraprendenza da povero, quella sfrontatezza che vince la timidezza e la fame – in luoghi che non sono il Brasile chiamano queste virtù diversamente –  contano gli incontri, con musicisti, mentori, impresari.

Conta il fatto che questo Paese, meraviglioso e contorto ama se stesso visceralmente, e il proprio Carnevale ancor di più. Carnevale del 1930, ecco le marcette Iaiá Ioiô e Taí; 1932, esordio al cinema, con un documentario naturalmente sulla festa più popolare del mondo: Carmen diventa Carmen, a pequena notavél, la “notevole piccoletta”, soprannome che l’accompagnò per sempre.

Bella vita, bei posti – Copacabana in primis – una vita di lustrini, di grandissimi, immortali successi per lo più di Ary Barroso – No tabuleiro da baiana (“Nel vassoio della baiana”), Quando eu penso na Bahia (“Quando penso a Bahia”), Na baixa dos sapateiro (“Nella strada dei calzolai”) e, soprattutto, O que é que a baiana tem? (“Che cos’ha di speciale la baiana”), quest’ultima del grande Dorival Caymmi e, inutile dire, di tumultuosa infelicità affettiva.

Lo schema delle canzoni è ripetitivo ma accattivante, i refrain sono i padri dei tormentoni dei nostri giorni: un’enumerazione di riti, di abiti e piatti tipici, con sullo sfondo una coppia di mulatti, maschio e femmina, con tante rime in ioiô e iaiá, espressioni che si usavano a Bahia fin dai tempi della schiavitù. Ecco l’America: ci vuole sempre l’America perché una cosa sudamericana – il tango, per esempio, la bossa nova – diventi famosa, e “spacchi”.  

Negli States Carmen, starlette periferica, diventa la South American girl, la Brazilian bombshell, incarna un Brasile – e una Rio – nei quali in realtà si riconoscono in pochi. Insieme al pappagallo Zé Carioca, suo compagno di cartone, creazione disneyana, Carmen diventa la cartolina dell’alleanza con gli Stati Uniti di Roosevelt (c’era una guerra, e che guerra, in corso).

E già, ci voleva Walt Disney per rendere Copacabana e Carmen dei must internazionali. Nei film Saludos Amigos del 1943 e Os tres caballeros del 1945 Donald Duck danza e interagisce con Zé Carioca  e Carmen Miranda sulle note di Aquarela do Brasil di Ary Barroso: passi di samba che valgono più di mille saggi di sociologia, di mille racconti o reportage.

La celebrazione della malandragem carioca, del gusto della cachaça e della vita, il samba, il tracciato ondulato del marciapiede in pietra portoghese dell’Avenida Atlântica rendono famosa, appetibile, charmosa Copacabana.

Eppure la sua americanizzazione non poteva piacere a un Brasile ancora provinciale e come sempre oscillante tra orgoglio e senso di colpa: troppo folclore, troppa patina, troppi lustrini. L’astro della diva declinò precocemente, tra dolori, amarezze e amori infelici, fino alla morte, avvenuta a Los Angeles, nel 1955.

Il tardivo pentimento – con un milione di fan per l’Avenida Rio Branco di Rio a donare un commovente ma inutile abbraccio collettivo –  non poteva più lenire il dolore per un omaggio che tanto avrebbe agognato in vita. Di lei resta però il calore, e il colore, di una stagione di gloria e di felicità irripetibile per Rio, Bahia, il Brasile tutto…

Ciao, Carmen, e poi un  giorno  dicci per favore O que é que a baiana tem, quel che davvero ha la baiana di così speciale…

Bruno Barba

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