CARL GUSTAV JUNG Un semplice marinaio

Anni fa parlavo con una psicoterapeuta di matrice junghiana che per descrivermi la concezione che aveva della psicologia uno dei fondatori della psicoanalisi utilizzò una efficacissima quanto suggestiva metafora. Mi chiese di immaginare un grande cerchio, grande almeno quanto un oceano, con le sue correnti e la superficie screziata da onde impetuose, un mare infinito senza terra ferma a vista, e al centro un puntino, delle dimensioni di un segno a matita appena appoggiata su un foglio, quindi piccolo quanto potrebbe esserlo un’imbarcazione a vela che attraversa una distesa d’acqua imponente come quella descritta. Provai a figurarmi quell’immagine, a farmene un’idea. Ebbene, mi spiegò, il puntino è la tua parte conscia, mentre l’oceano e la totalità della tua vita psichica.

Ora quale atteggiamento dovrebbe avere il marinaio che si trova al confronto con una forza della natura quale un oceano in cui navigare? – si badi bene, non da attraversare, ma continuare a solcare tra bonacce e tempeste, senza mai un approdo. Sicuramente umile.

Il termine psicologia non nasce da Freud o Jung, ma dall’autore di Philosophia prima sive Ontologia (1729) che risponde al nome C. Wolff, illuminista di stampo leibniziano, che nei suoi studi pone particolare attenzione alla monadologia e l’appercezione. Niente di difficile, basta riferirsi al significato etimologico di psicologia per arrivare al sodo: scienza o dottrina dell’anima. O lo studio dell’intelligenza senza prendere in esame quelle parti che al giorno d’oggi potrebbero essere inserite nel contesto neurologico, organico, nella fisiologia umana. La nostra anima sospesa nell’”Io penso” kantiano, oppure un oceano in cui navigare. Il passo è breve.

Perché lo è?

Tre sono state, nella storia umana, le grandi trasformazioni nella conoscenza teoretica dei princìpi primi della realtà. La prima è astronomica, la Rivoluzione Copernicana. Fine del sistema geocentrico; non è il sole a girare intorno alla terra, ma l’esatto contrario. La seconda è biologico-evoluzionista con Darwin. Basta solo citare il concetto fondamentale su cui si basa per sancirne la portata, vale a dire la trasmissione ereditaria dei caratteri tra una generazione e l’altra e la variabilità causata dalla ricombinazione genetica e le mutazioni casuali. La terza è di stampo psicologico, per mano di un signore che con un attento lavoro filologico sul sogno e la sua interpretazione, arriva a sancire in modo inderogabile ma soprattutto “clinico”, che l’uomo non è padrone nemmeno di se stesso, a casa sua.

Impossibile parlare del metodo psicanalitico junghiano senza citare il rapporto allievo-maestro con Freud. Ma partiamo dal principio. L’ ”Interpretazione dei sogni” ha rappresentato quello che si potrebbe definire uno spartiacque, nella concezione dell’uomo e soprattutto della sua vita interiore, pone le basi della psicoanalisi, del concepimento delle tre istanze dell’Io-Es-Super Io. Scocca una stilettata mortale al cuore della cultura reazionaria del vecchio Impero Austroungarico. Freud parla apertamente di libido e dei suoi meccanismi, di sesso se vogliamo in una delle realtà che definire tra le più morigerate è un eufemismo. Riferendosi alla cultura classica, prende in prestito miti quali quello di Edipo e ne sancisce il suo complesso. Si riferisce a Eros e Thanatos. Tramite i lapsus e gli atti mancati, identifica il lavoro dell’inconscio, ci fa comprendere come alla radice del nostro essere si ponga una forza difficilmente gestibile, ci spiega come l’Io sia costretto a essere servo di due padroni, Es e Super Io, e come molte delle nostre scelte morali dipendano da un semplice ma terribile confronto tra principio di piacere e principio di realtà.

Freud è stato più volte criticato, a torto o a ragione, per aver sessualizzato troppo la nostra vita interiore, e per aver creato una sorta di confine invalicabile tra conscio ed inconscio. Per Freud il subconscio non esiste. Ed è proprio a causa del suo oltranzismo, a mio parere giustificato per quelli che erano anche i suoi obbiettivi professionali, che avviene la rottura con Jung.

Jung ha una concezione dell’inconscio più ampia e complessa. A esempio inserisce i sogni in due categorie. La prima è dei piccoli sogni, quelli personali, frequenti e che hanno un rapporto con la realtà. La seconda invece la indentifica con la storia della specie; l’oceano. Il nostro io naviga nelle immense acque dell’archetipo. La profondità è inimmaginabile. E noi siamo quegli umili marinai in balia di forze potenti quanto la natura. La sincronicità, il raggiungimento del Sé, il processo di individuazione, sono i nostri strumenti di navigazione, il sestante, la bussola. Per non andare a fondo.

Chi era Jung in realtà? Uno scienziato o un visionario?

Una figura storica. Un uomo umile che voleva per noi più psicologia, perché l’origine di tutto il male a venire è nella nostra stessa natura.

 

Andrea di Fabio

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