BUFFALO BILL che la Forza sia con te

Buffalo BillChe nascere in un’America scissa dall’apartheid sia già di per sé atto di coraggio, si fatica a contestare. Se poi quello stato si chiama Iowa, La Claire la cittadina e la data sul calendario segna 26 febbraio 1846, la faccenda diventa persino più eroica. A questo si aggiunga un padre anti secessionista, che non ha paura di dirlo e che paga questa sua affermazione con una doppia coltellata e una fuga in abiti femminili (unica chance per farla franca, anche se morirà di lì a poco), et voilà, ecco il debutto su questa terra di William Frederick Cody, noto a tutti come Buffalo Bill,  orfano a undici anni.

È una strana adolescenza la sua. Giovanissimo, diventa staffetta-portavalori Russel-Majors & Waddell, a fare spola in una di quelle dozzine di carovane di 25 carri ciascuna.

Primo viaggio: 1500 chilometri da Saint Joseph (Missouri) a Salt Lake City (Utah).

Caccerà bisonti, spaventandoli come nessuno mai, e con quella stessa energia, ammazzerà anche il suo primo pellerossa (niente “politically correct”, nativi americani stride troppo accanto a quel suo nome). Un quotidiano lo intervisterà come “il più giovane uccisore di indiani della Prateria”.

L’eroe decolla.

 

Spinto dal bisogno di denaro, nel 1861 sarà rider del Pony Express tra Saint Joseph e Sacramento (California), macinando 450 chilometri al giorno, cambiando 21 cavalli, distinguendosi tanto da diventare scout per le carovane.

Scoppiata la Guerra di Secessione, dal 12 aprile del ’61 al 9 aprile del ’65, affiancò i nordisti come yayhwkern (un mix tra osservatore, spia, guerrigliero, predone) prima, poi come guida del IX e V Cavalleria. Gli si riconosce paga da colonnello.

È bravo.

Il più bravo di tutti.

Non si arresta. Non ha paura. Freme, lui pure, come un bisonte.

 

 

Anche i miti hanno uno stomaco da sfamare. Nel ’64 accetterà l’uniforme dell’US Army. E poi nell’esercito c’è pane anche per la sua anima affamata di coraggio. Mica si tratta di una guerra qualsiasi: è la prima vera guerra industriale invece.

Per combattere si ha bisogno di fabbriche civili, miniere, cantieri navali, banche. Una sorta di grande prova che poi getterà le sue lugubri danze sulla Prima Guerra Mondiale.

Ora la modalità degli scontri cambia, mutano le armi, la tecnologia infiamma, e Buffalo Bill, mitico Colonel Cody, non resta a guardare.

S’imbizzarrisce, ha l’istinto a emergere, è portato per lo show, i gesti eclatanti. E questo diverrà per lui prigione e gloria.

 

Nemmeno quando si accasa, sposando il 6 marzo 1866 l’alsaziana Margaret Louis Federici, riesce a domarsi. Nonostante le promesse alla giovane consorte, manda in fallimento albergo e saloon un tempo gestiti dalla propria madre e ritorna all’azione, arruolandosi come scout del VII Cavalleria del generale Custer (sì, lui, Custer in persona).

Il matrimonio traballa, accusa Louise di cercare di ucciderlo (a seguito di un’intossicazione da salmone in scatola che lei gli ha servito) e infine lei se ne va, con uno più ricco, capace di finanziarle gli spettacoli che brama fare.

Buffalo Bill si è già consolato.

Passa da un’amante all’altra, bulimia d’amore fuggevole, scalpita, va bene una cameriera, una meretrice, così come la regina Vittoria (con cui si dice abbia avuto un filarino). È un marinaio, in questo. Ma in battaglia ha i piedi sempre per terra e ora di nuovo la fama lo chiama.

 

Il clangore è Dna per quest’esuberante giovanottone d’America, cui sta stretto ogni legame che non sia la caccia.

Nel 1867 ritorna alla sua passione adolescenziale: i bisonti.

Sarà ingaggiato dalla Kansas Pacific Railroads, che sta collaborando a realizzare il grande sogno americano: collegare l’Est con l’Ovest in soli otto giorni, grazie alla ferrovia. 1200 operai aspettano la carne, hanno bisogno di almeno 12 bisonti al giorno.

Lui ne ucciderà 4286 in 17 mesi. E conquisterà quel suo nome invincibile: Buffalo Bill.

 

«Buffalo Bill, Buffalo Bill, never missed and never will, always aims and shoots to hill, anche the Company pays the Buffalo Bill», intonerà una ballata popolare. E quando la strada ferrata sarà arrivata a Sheridan, nel Wyoming, il suo compito sarà terminato.

Eppure nessuno ne avrebbe parlato fuori dalla cerchia ristretta dei cacciatori, se non fosse stato per l’incontro casuale con Ned Buntline, uno scrittore e giornalista incapricciato del West e determinato a farne una grande epopea.

Buntline, imbattendosi in quel cacciatore di bisonti, capisce: «Farò di voi l’eroe del West», gli giura ed è ciò che accadrà.

Ci voleva lo zampino di una penna da melodramma, insomma, condita dalla prosa di un malizioso conoscitore dei gusti dell’epoca.

Né William si sottrae, a quell’opera in fondo scritta a quattro mani. Anche se le sue, sangue afferrano, non inchiostro. Il risultato non cambia: l’uomo ha già cucito il mito, pronto a diventare servitore di se stesso, o di due padroni – l’uno, il sé reale, l’altro il personaggio – e, dopo una manciata di anni, a inchinarsi al secondo e farsene divorare.

 

Qualcuno ancora oggi si chiede se sia stato un uomo in carne e ossa o invece un parto della fervida fantasia letteraria, cinematografica, fumettistica.

Non serviranno altre prove, perché s’incaricherà Buffalo Bill in persona a fornirle.

Sarà la star di quel “sensational drama” creato proprio attorno a lui.

Così comincerà a interpretare se stesso nei lavori di Buntline: nel 1873 recita Buffalo Bill in Scouts of the Prairie, poi sarà la volta di Ten indian warriors ten

Prodromi, briciole, di quel che verrà: un memorabile reality agli albori.

 

Buffalo BillDebutta un antesignano del Wild West Show.

Itinerante, maestoso, eccitante, eccessivo, come una “saga”, negli anni a venire, toccherà anche l’Europa, forte del suo centinaia di persone, duecento animali, costumi, carri, tende, armi, e una logistica così rodata da aver attirato l’interesse degli ufficiali dell’esercito che a quella pensarono di ispirarsi.

Una macchina da guerra davvero. Ogni dettaglio è curato all’ossessione, per indurla, dentro, quest’ossessione, instillata goccia a goccia.

 

Ma da principio fa flop.

A Chicago, dove debutta, il quotidiano scriverà: «È improbabile che Chicago voglia ancora assistere a roba del genere, con una tale accozzaglia di dialogo assurdo, trama esecrabile, puzzo intollerabile di scalpi, sangue e tuoni».

Errore.

Madornale errore.

 

A risollevare e rilanciare l’idea ci penserà quel geniaccio dello spettacolo circense che è Phineas Taylor Barnum. Lui, che nel 1871 ha stordito le platee con il suo circo a tre piste dotate di quattro palcoscenici, capisce il potenziale di quel “gioco” del più autentico West e lo rende esplosivo. Vuole infiammare il coraggio di tutti. Qui e Oltreoceano.

L’uomo, quel Buffalo Bill, non più giovanissimo, ha però la pellaccia dura, e una fame da bisonte. Sarà capace di inscenare se stesso. Basta dargli la giusta “benzina”, il contesto.

 

1883 Nebraska. 1886 Madison Square Garden, NY. Vanno in scena spaccati di vite di cowboy, di pellerossa, soldati di guarnigione e azioni, tante, infinite eroiche azioni.

Lo show, come un rettile, cresce, muta pelle, si adegua ai fischi e agli applausi. È una creatura che ha vita a sé. E spopola, eccome se lo fa.

 

Ma l’America sta stretta. Ci vuole l’Europa. L’Inghilterra dapprima. Poi anche l’Italia, nel 1890 e 1906.

Il terreno è pronto.

La misura colma.

Gli animi saturi di desiderio.

Abbiamo bisogno di eroi. Di epopea.

Abbiamo bisogno di grandi padri.

E Buffalo Bill darà loro quello che si attendono.

 

Il resto lo farà il cinema, e la tivù. Metafisica della finzione o, viceversa, l’acuta intuizione che la vita è spettacolo, e che con quello s’afferma, e si ricorda; il passato vale solo come epica.

E lui, imperterrito, va dove gli dicono, forte di quell’idea che, se una cosa la sai fare, ed è una e una soltanto, ma la esprimi a livelli sorprendenti di eccellenza, be’, su quella concéntrati e lascia che tutto il resto venga dimenticato.

Avesse vissuto qualche anno di più sicuramente lo avrebbe chiamato Lucas nel cast di Guerre Stellari. Quel piglio fiero, strafottente, e la voglia di arrivare, a qualunque costo: che la forza sia con te, insomma, ovunque tu vada.

 

Il Selvaggio West americano diventa un topos dell’immaginazione.

 

Certo, il gioco alla lunga diventa talmente coinvolgente che nemmeno lui, poi, Cody-Buffalo Bill saprà mettere ordine tra gli episodi realmente accaduti e quelli creati per lo show.

La fiction divora la memoria, la fa impallidire. E poi davvero esiste una linea di demarcazione stabile?

C’è stata la radio dopo.

Poi la tv.

Il grande schermo.

A sfumare i confini, a confondere, ingannare.

Oggi, la realtà virtuale sposta l’epopea de’ noantri dentro i tablet, a interrogarci su unghie, capelli, ciccia e brufoli di finte star o politici chiacchierati.

E guardandosi indietro, chissà, come un rigurgito infantile, un po’ di nostalgia per quella voglia di padri ritorna.

 

Silvia Andreoli

 

 

 

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