BRONISŁAW MALINOWSKI il cuore di tenebra dell’antropologia


malinovskiSradicato e coraggioso, complesso e sottile. Sensibile, anche troppo. E poi polacco, ma cosmopolita,  costretto, di fatto a vivere un’identità europea – anzi prettamente inglese – che chissà quanto voleva condividere. È Malinowski, l’eroe in pantaloni e camicia bianca, impeccabile tra quegli “Argonauti del Pacifico Occidentale” che ritrasse nelle loro vesti, nei loro vezzi e nelle loro manie nel libro cardine, e più rivoluzionario, dell’Antropologia mondiale. Ma, potrebbe essere anche Conrad, ossessionato e insieme attratto dall’Orrore da quel “Cuore di tenebra” che entrambi esplorarono, senza limiti e paure, con profondità e angoscia.

Si conoscevano i due, l’antropologo Bronisław, l’uomo dei diari, dei taccuini, di quell’osservazione partecipante (andare là, farsi selvaggio, “vedere con i propri occhi”, dialogare con gli informatori, e poi tornare, e scrivere) che divenne, da quel lontano 1914 – “Argonauti” uscì poi nel ‘22 – un dogma, forse l’unico della ricerca sul campo; e Joseph della follia, del mare e dalle linee – molte – d’ombra.

Si deve a James Clifford e al suo profetico “I frutti puri impazziscono” l’accostamento tra i Diary dell’antropologo, pubblicati postumi nel 1967 e l’Heart of darkness dello scrittore: due veri sfoghi, personali, emotivi, soggettivi, autoreferenziali, e quindi assai diversi tra loro, ma che sanno raccontare la diversità, lo “spaesamento”, la difficoltà dell’incontro.

In fondo Malinowski, nelle sue opere, finché non vennero scoperti questi diari, che erano scritti per lo più in polacco e non erano evidentemente destinati alla pubblicazione, aveva trattato fin troppo bene i suoi Trobriandesi: “suoi” perché ogni antropologo ha “posseduto”, gelosamente, una popolazione, oppure una sfera di studio.

Affidabile e solida la sua analisi, attendibile, autorevole. Il suo studio del “kula”, lo scambio cerimoniale di bracciali e collanine tra gli isolani del Pacifico, scandito dal principio della reciprocità, è un’intuizione che resta, tanto negli studi sociali, quanto nel nostro, quotidiano immaginario collettivo.

Si commercia per stabilire relazioni prima ancora che per comprare, o vendere.  E poi la metafora organica, il trattare la società come un corpo, nel quale ogni segmento ha una propria “funzione”, ecco il “Funzionalismo”: corrente del pensiero e metodo di indagine tutt’ora prezioso. Generazioni di studenti ne hanno amato la chiarezza espositiva, la sua ricerca della verità, magari semplificandone un po’ la statura

Poi, a 25 anni dalla morte, avvenuta nel 1942, la pubblicazione postuma – in italiano porta il titolo “Giornale di un antropologo” – mise in discussione questo presunto mito. Eccolo il disagio di “essere là” e di agognare la casa; eccolo l’altrove che corrompe, l’inaspettata intolleranza nei confronti dei nativi, qua e là persino la volgarità verso le donne, e poi la depressione e l’angoscia. Riecheggia lo “sterminate quei bruti” del colonnello Kurtz: è una lotta ai confini della civiltà, la stessa di Conrad. Ma Bronisław era, in primis, un uomo, né migliore, né peggiore di tanti altri.

E a ben pensarci, strano che nessun regista hollywoodiano non ci abbia ancora pensato: a un film che veda protagonista un etnocentrico biondo britannico, solido e distaccato, che si lasci coinvolgere, nel bene e nel male, dal “contatto”. A metà strada tra un ingenuo entusiasmo per l’altro e un temperato, realistico, rifiuto. “L’orrore, l’orrore”.

Bruno Barba

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