BORSALINO Sulla testa di re, papi e pop star

Robert Redford si era innamorato di quel cappello in feltro, lo stesso che aveva indossato Marcello Mastroianni in “8 ½”, capolavoro di Fellini. E qualcuno dice persino di averlo visto, di persona, per le vie deserte di Alessandria: vero, falso, verosimile?

Il fatto è che questa città  – da ricordare l’articolo di Umberto Eco “Niente clamori tra la Bormida e il Tanaro” – predica da sempre l’understatement; stronca anziché celebrare. Si nasconde, non gode, non santifica. Salvo poi pentirsi, e commuoversi. Ha fatto così anche con quella ciminiera storica abbattuta nel maggio 1987, il simbolo della città industriale, ed è una ferita ancora aperta. Sta facendo così con la memoria che ha, di fatto, accompagnato la storia del costume – quale uomo, fino agli anni Cinquanta non possedeva un cappello, e quale uomo e anche donna di gusto non agognava il meglio, ovvero un Borsalino? – e anche del cinema. Basta fare pochi nomi: Humprey Bogart in Casablanca, Jean Paul Belmondo e Alain Delon in appunto, Borsalino; Roberto Benigni nel film Oscar La vita è bella, Johnny Depp in Nemico pubblico. E poi ancora Charlot, Giancarlo Giannini, Totò e Peppino De Filippo, John Wayne, i Blues Brothers, e, per passare alla musica pop, Michael Jackson. Eppure, poche tracce di questa gloria, o meglio, poca voglia di enfatizzarle. È vero, la sentenza che ne ha stabilito il fallimento – anche se la storia è tutt’altro che finita – ha creato emozione, rabbia e fatto rinascere un orgoglio di appartenenza che sembrava perduto: pubblicazioni, spettacoli teatrali, iniziative in città, con persino la gloriosa squadra dei “grigi” a entrare in campo con il cappello, il progetto di un nuovo museo.

Una storia lunga 160 anni, iniziata quando, nel 1857, Giuseppe Borsalino fabbrica il primo cappello. Da allora il nome di Alessandria varca oceani e frontiere, entra di prepotenza nei bar, nei teatri (e nei bordelli) di Londra e Parigi, si fa conoscere tra i gangster di New York e  Chicago. Ma anche  papi, diplomatici e re l’hanno indossato, prima o poi, un Borsalino. Lo hanno fatto Churchill, Al Capone, Papa Giovanni XIII, molte ricche donne boliviane, una parte considerevole degli ebrei ortodossi.

Proprio nel 1900 l’azienda era intanto passata a Teresio, figlio di Giuseppe; in epoche diverse i due, insieme ai quotati architetti Gardella (anche in questo caso padre e figlio) crearono una serie di edifici quali l’acquedotto, l’impianto fognario, l’asilo nido, la casa della Divina Provvidenza di madre Teresa Michel, il Sanatorio anti- tubercolare, persino l’edificio sarà sede del liceo Plana, quello che la città non è  riuscita a dedicare a Umberto Eco, che vi aveva studiato. Tutto qui sembra chiamarsi Borsalino; e anche le ragazze più ammirate della città, le operaie che uscivano dalla fabbrica che, per inciso, oggi ospita una delle sedi dell’Università, non per nulla venivano chiamate le borsaline.

Tutto era fatto qui, dagli operai – più di 2.000 nel 29, di cui la maggioranza donne –  a cominciare dal trattamento del pelo del coniglio. Perché gli anni Venti  sono quelli veramente d’oro: più di un milione di cappelli all’anno esportati  nel mondo.

Sarà anche vero, e sarà sempre stato così, ogni epoca sogna quella precedente. Eppure che le foto seppiate di quegli anni che felici non potevano essere; quei manifesti pubblicitari: modernisti, sobri, lineari, a loro modo ingenui; quegli uomini e quelle donne, così eleganti persino… allo stadio, nelle piazze, per le vie; tutto questo sembrano volerci raccontare di uno stile, di un decoro, di una classe che oggi non può più esistere. Eh certo: meglio il casual, meglio l’America, meglio la globalizzazione, vuoi mettere! Eppure un Borsalino, soprattutto quando fa freddo… O anche un Panama, per proteggersi dal sole, che quando batte, batte forte persino ad Alessandria,  la città delle nebbie.

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