BOB DYLAN Più Solo che Elvis

Negli anni ’60 la discografia si era ormai abituata a fare i conti con una generazione di freak determinati a cercare di farsi strada nel mondo della canzone, dropout, tipi strani, vestiti a colori e con indumenti che più che altro sembravano stracci, a detta dei benpensanti di allora. I ben pensanti sono sempre esistiti e, non so perché, hanno sempre pensato malissimo. I capelli lunghi erano una divisa, una cravatta non l’avevano mai vista, le malelingue dicevano che avevano cattiva frequentazione col sapone, mentre onor del mento e onor del labbro si sprecavano, da quando i Beatles avevano rotto il tabù. Però Mick Jagger non ha mai avuto un pelo fuori posto, anche se ci sono delle sue foto in versione hipster. Neanche Keith Richards per quello, ma a Keith i peli crescono all’interno.

Quando è arrivato lui, il nostro protagonista, no, il mondo non era pronto.

Piccolino, magro, gran nasone da ebreo, capelli ricci e incolti con un buffo cappellino che vi navigava sopra. Si accompagnava da sé, a peggiorare il quadro, suonando (male) la chitarra e soffiando nell’armonica. Era folk, ma lui voleva essere rock. Sperava di essere il nuovo Elvis, ma gli mancavano le pelvi. La faccia tonda e le guanciotte un po’ cascanti a bulldog lo avvicinavano più a Bobby Solo che al Re, ma lui Bobby Solo non sapeva chi fosse. Semmai Little Tony … E poi c’era la sua voce: cani ringhianti, coyotes, volpi e iene si inseguivano senza sosta per ritornelli senza sviluppo, né ponte, strofa, inciso o gancio. Erano lunghe storie quasi parlate, scandite da un fren fren di chitarra che aveva qualcosa delle raganelle. Ma dall’altra parte del vetro ci stava un altro musicista, John Hammond, produttore con un gran fiuto per i talenti: Odetta, Aretha Franklin, Billie Holyday, Pete Seeger, Bruce Springsteen hanno tutti iniziato con lui. Il musicista ascoltava il ragazzo coi ricci e capiva che, prima o poi, avrebbe avuto molto da dire. Prima o poi. Ora no. Ora c’era un lamento per Woody Guthrie, un pugno di brani tradizionali e qualche seme che forse avrebbe germogliato. Molto Village, molto scena alternativa, un po’ di protesta e di antifascismo. Il disco non c’era, i tempi non stavano cambiando e il vento non soffiava ancora. Però il disco glielo lo fece fare lo stesso.

Era il 1962, il ragazzo aveva 21 anni e non se ne accorse nessuno: vendette poche copie: 5000, un vero flop e la casa discografica, la Cbs pensò seriamente di rompere il contratto che prevedeva un altro disco. John Hammond però lo difese a spada tratta e un anno dopo, il ragazzo, che ormai era di casa al Village, dove suonava e assorbiva come un idrovora da tutto il mondo della folk song contemporanea, incontrò un altro ebreo, intelligente, come tutti gli ebrei. L’ebreo ricco, informato, colto e con simpatie socialisteggianti tornò all’attacco con la Columbia, chiese  e ottenne l’affiancamento di John Hammond, il produttore del primo album, con Tom Wilson e chiuse il giovane in sala di registrazione. La prima cosa che disse Tom Wilson fu: «Ho suonato con Sun Ra e Coltrane. Dylan suona la chitarra come un ragazzino scemo , ma poi gli sono uscite dalla bocca quelle parole meravigliose ...». Sono passati solo 8 mesi dal disco precedente, ma questo lavoro rovescia il rapporto del precedente: undici brani sono del ragazzo e solo due cover. The Freewheelin’ Bob Dylan è il titolo. Bob Dylan è il nome nuovo di zecca all’anagrafe di Robert Zimmerman, transfuga da parte di padre da Odessa e da parte di madre da Trebisonda e ora in arrivo da Duluth, Minnesota. Facendo un parallelo la differenza con New York è come quelle tra Roma e la Cercivento di Luigi Maieron, persa tra i monti e la neve. In studio Dylan ci sta per 8 sedute di registrazione, spalmate su 9 mesi, ma il risultato è un miracolo. Almeno sei facciate A stanno annidate tra i solchi e sono tutte canzoni destinate a fare storia: una delle più alte concentrazioni di capolavori che si possa ricordare. The Freewheelin’ non è un disco è “il” disco. Da lì in poi niente più sarà come prima.

I Beatles stanno per lanciare Love me do e lui ha scritto Blowin in the wind. Oltre 100 cover la seconda e molte prestigiose, zero la prima . Loro cantano  Ps: I love You e lui A hard rain a-gonna comes, 6’55” secondi di un urlo epocale contro la bomba, ma non uno strillo politico, un’opera poetica. 22 anni e un mondo davanti, un mondo poetico in testa, una storia infinita da scrivere. La storia del rock, della folksong, del songwriter ricomincia da lì, tra il 9 luglio del 1962, quando iniziano le sessions e il 24 aprile del 1963 quando l’album esce, grazie anche ai riluttanti discografici della Columbia e a John Hammond che ha tenuto duro. Ma non ve la immaginate anche voi la lieve smorfia di disgusto che ha increspato i loro volti la prima volta che hanno visto e sentito Dylan.

Sono nato nel 1953. Quindi al tempo dell’uscita del primo album di Bob Dylan, quello omonimo del 19 marzo 1962, avevo 9 anni. Più che Song to Woody canticchiavo Quando quando quando e St. Tropez twist. Il suo album seminale, quello con cui ha frantumato e ricostruito attorno a se il mondo del folk, e quello,del rock, ossia The Freewheelin’ Bob Dylan, il Bob Dylan a ruota libera, è dell’anno successivo, 1963, quando io cantavo I Watussi e La partita di pallone. Ma, considerati i tempi, di quell’album sono venuto in possesso abbastanza presto: era il 1966, facevo le medie, e mia sorella più grande è arrivata con quel disco in regalo, enorme padellone di vinile, dicendo: «Un ragazzo in gamba non può non ascoltare questo». Sollecitato nel mio orgoglio personale (e intimamente convinto da sempre di essere un ragazzo in gamba, misi da parte La fisarmonica e Bang bang e mi diedi all’ascolto “matto e disperatissimo” di Bob Dylan.

Devo dire la verità? Non mi faceva impazzire. L’unica era Blowin’ in the Wind ma niente a che vedere con la dolcezza che Peter, Paul and Mary distillavano dalla stessa canzone, impreziosita di raffinate melodie vocali. Me lo ricordo il dischetto, il 45 giri, era rosso e bucato al centro. Curiosamente la mia copia non aveva copertina. Ora, se lo ascolto, mi viene il latte alle ginocchia, ma negli anni delle medie l’ho consumato. Parallelamente scoprivo i Beatles e Fabrizio De Andrè. Dei primi mi colpivano le musiche, dal secondo i testi. Fu nel 1968 che scoprii definitivamente Bob Dylan. «Scoppiava finalmente la rivolta» come dice Guccini (“e io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però”) quando uscì il disco che fa da crinale nella mia storia di Dylaniato ascoltatore: The greatest hits. Vol.1. Potrei recitarne ancora a memoria la scaletta se qualcuno me lo chiedesse. Non me lo chiede nessuno e vado avanti.

Della prima facciata non me ne perdevo una. E sulla seconda c’era Like a rolling stone!  Che dire? Da lì in poi le mie coordinate sono cambiate. Dylan era e resterà una pietra miliare per i 45 anni successivi.  Lo riscoprivo un po’ a ritroso, perché lui nel frattempo aveva fatto altri sei album, c’era già stata la svolta elettrica di Newport (ero dalla parte dei puristi del folk, allora), aveva già subito  l’incidente motociclistico che lo allontanò per un po’ dalle scene, aveva già inciso i Basement tapes con la Band (ma non pubblicati), aveva scritto capolavori immortali con Mr. tambourine Man, The Times they are a-changin’, Chimes of freedom e Desolation row ed era appena uscito con uno strano album, una specie di country spoglio: John Wesley Harding, cantato con una voce profonda che non era la sua. O almeno che non riconoscevo come sua.

Mi rimpossessai del catalogo in un attimo, cercai tutti i testi, mi misi a tradurli, sia per capirli, sia per cantarci sopra in italiano. Imparai le sue canzoni alla chitarra, sia in originale, sia tradotte e iniziai a comporre canzoni alla Bob Dylan. Per non farmi mancare niente comprai anche un’armonica col reggi-armonica come il suo per poter suonarla assieme alla chitarra. I risultati furono pietosi, ma era il frutto della passione. O il kiwi? Nel 1972 la passione musicale trovò due seri addentellati librari: Anthony Scaduto pubblicò la sua imperdibile “Biografia di Bob Dylan”, la prima in assoluto e la Newton Compton (sempre sia lodata da noi lettori compulsiva e squattrinati di allora)  “Blues, ballate e canzoni”, i testi tradotti. E poi fu il diluvio.

Da un certo punto in poi (oh, molto presto!) Bob Dylan smise di essere un folksinger per diventare altro: un mito, un ircocervo, un lepricano. In un processo di identificazione che non gli hai mai fatto piacere, il “menestrello di Duluth” (potenza delle definizioni idiote! Non passano mai di moda) è stato il profeta della contestazione, il teorico del riflusso, l’uomo “salvato” da Dio, il never ending tour man, il Grande Vecchio e il vincitore del Nobel della Letteratura. Che in un’epoca priva di talenti, da dopo Marquez, avrebbe già dovuto toccargli da tempo. Quello che voglio dire è che l’importanza del personaggio, il suo posto nella storia, la sua rilevanza, da un certo punto in poi hanno cominciato a fare agio sulle canzoni. E non saprei dire da quando. Se sia stato dopo Like a rolling stone o Tangled up in blue. Dopo The man in the long black coat o dopo Chimes of freedom, perché ognuno di noi, dylaniati, ha la sua tappa scolpita nel cuore. Che ha a che fare con l’età anagrafica nostra, con la sostanza, con il mood.

Era il 27 maggio 1963. Bob Dylan aveva appena compiuto 22 anni (e 3 giorni) e la Columbia Records mise in commercio un album che chissà se aveva un decimo delle pretese, ma che dico? Un millesimo delle pretese di successo che poi quel lavoro ebbe. 13 brani, 50’08” di durata, quasi 4 minuti a brano, tempo inconsueto. Genere: folk, registrato tra il 9 luglio 1962 e il 24 aprile 1963 presso i Columbia Studios di New York, ma in realtà, come si può pensare dalla struttura, quasi solo voce e chitarra e armonica, registrato in 8 sedute di studio. Produttore John Hammond con Tom Wilson. Dylan ha iniziato a lavorare sul suo secondo album della Columbia’s Studio A di New York il 24 aprile 1962. L’album è stato provvisoriamente intitolato Bob Dylan’s Blues, e fino al luglio 1962, questo rimarrà il titolo di lavorazione. In questa sessione, Dylan ha registrato quattro delle sue composizioni, di cui solo  Corrina, Corrina farà parte del disco finale. Le sessioni di registrazione presso lo Studio A riprendono il 9 luglio, quando Dylan registra Blowin ‘in the Wind, che aveva eseguito per la prima volta dal vivo al Gerde’s Folk City il 16 aprile. In questa occasione è stata registrata anche Bob Dylan’s Blues e Down the highway. Albert Grossman divenne il manager di Dylan, il 20 agosto 1962 e mise subito le mani sulle sue canzoni, a livello di diritti.

Il 22 settembre, Dylan appare per la prima volta alla Carnegie Hall e presenta una sua nuova composizione A Hard Rain’s A-Gonna Fall, un brano complesso e potente costruito sul modello di domanda e risposta della tradizionale ballata inglese Lord Randall. «Ogni riga di questa canzone – è scritto sul retro del disco – in realtà è l’inizio di una canzone del tutto nuova, ma quando ho scritto , ho pensato che non avrei abbastanza tempo da vivo per scrivere tutte quelle canzoni così ho messo tutto quello che potevo in questa». Don’t think twice, it’s all right viene registrata il 14 novembre. Oxford town e I shall be free arrivano il 6 dicembre. Partito per un tour in Inghilterra Dylan compone Girl of the north country e Bob Dylan’s dream, basandosi su canovacci di musice popolari inglese: Scarbourogh fair per la prima e Lady Franklin’s Lament per la seconda. A Londra compone anche Master of war. Torna a New York e le incide in una sessione di aprile, assieme a Talking World War III. All’ultimo momento quattro canzoni (John Birch, Let Me Die In My Footsteps, Rambling Gambling Willie, Rocks and Gravel) dell’album sono sostituite con le composizioni più recenti di Dylan, registrate ad aprile. In totale delle canzoni incise da Bob Dylan 24 vengono scartate (e faranno la gioia dei bootlegger) e 13 finiscono sul disco. L’unica elettrica è Corrina, Corrina. 

Il disco arrivò al numero 22 della classifica americana nel 1963 e al numero 1 in Inghilterra l’anno successivo. Epocale la copertina che riprende Dylan e Suze Rotolo nel febbraio 1963 all’angolo tra Jones Street e la West 4th Street al Greenwich Village di New York. Suze Rotolo, all’epoca fidanzata di Dylan, è morta pochi anni fa. Disco d’oro e di platino, insignito di premi e riconoscimenti, ma quello che conta è che The Freewheelin’ Bob Dylan fu una pietra miliare. Da allora in poi le canzoni divennero un’altra cosa. Una potente arma per una nuova generazione che si affacciava allora alla scena del mondo.

Ora Freewheelin’ ha appena compiuto, il 27 maggio, 55 anni e Bob Dylan, il 24 maggio, ha festeggiato i suoi 77 anni. Due ricorrenze, sotto il segno dei Gemelli, da non dimenticare. Metto su il vinile di Freewheelin’, aggiusto la puntina al primo brano e non lo toglierò dal piatto per i prossimi tre giorni.

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